I (2005), 1

Quando il sindacato si fece stato:
la strana storia dell'Histadrut

Salvo Leonardi (*)

«In cima alla gerarchia dei valori a quel tempo c'erano i pionieri (...). Di lontano ne ammiravo la figura robusta e meditabonda che s'ergeva sui solchi dell'aratro, sui manifesti del Fondo nazionale. Uno scalino più basso dei pionieri stava "la comunità organizzata", composta di coloro che leggevano il Davar in canottiera sui balconi di legno, di attivisti dell'Histadrut, dell'Haganah e dei Servizi Sanitari. Gente in divisa cachi; gente che versava la contribuzione volontaria, che si nutriva di insalata, uova e formaggio fresco. Erano i fautori dell'astensione, della responsabilità, dalla condotta stabile, dello status di lavoratori, obbedienza al partito e olive non piccanti nel barattolo della centrale del latte».

Amos Oz (2002), da Una storia di amore e tenebra

1. Premessa

La storia dell'Histadrut (1), la Confederazione generale israeliana del lavoro, costituisce un'esperienza del tutto peculiare nel panorama sindacale e delle relazioni industriali dei paesi a democrazia pluralista. Pressoché unica nel suo genere, l'Histadrut ha rappresentato un'istituzione molto complessa e - per ragioni che attengono alle origini stesse dello Stato ebraico - dotata di attribuzioni e poteri in larga parte estranei a ciò che la teoria politica e la prassi storica hanno concorso a definire come l'idealtipo del sindacato, del suo modello di rappresentanza sociale all'interno di un sistema connotato da economia di mercato e da libere relazioni industriali.

Se Inghilterra e Brasile sono al mondo i due casi più significativi in cui - pur se in epoche e realtà geo-politiche diversissime fra loro - l'organizzazione sindacale ha preceduto e preparato la creazione di un forte partito del lavoro di propria emanazione, Israele è il solo caso - a nostra conoscenza - in cui la nascita di un sindacato precede e prepara quella di uno Stato nazionale.

Negli ormai oltre ottanta anni della sua storia, l'Histadrut è stato molte più cose che un "normale" sindacato. Talmente tante cose da rendere le sua caratteristiche più genuinamente sindacali - a cominciare da quelle nella sfera associativa e negoziale - quasi irriconoscibili. Un vero Stato nello Stato e persino - come vedremo - prima dello Stato. Così almeno fino al 1995. Poi accade qualcosa che muterà per sempre la natura e il destino della potente federazione generale dei lavoratori di Israele (v. infra, §. 6). A partire da quella data infatti, il nuovo Histadrut - spogliato di alcune delle sue tradizionali attribuzioni parastatali - diventa un sindacato come la maggior parte di tutti gli altri, per lo meno di quelli che nel mondo operano entro sistemi che riconoscono la libertà di associazione, il diritto alla contrattazione collettiva, il pluralismo politico. Ma procediamo con ordine.

2. Le origini

L'Histadrut nasce ad Haifa, nel dicembre del 1920, ad opera dei primi nuclei dell'emigrazione ebraica in Palestina. Si tratta in prevalenza di intellettuali e giovani lavoratori provenienti dall'Europa orientale, dunque ashkenaziti (2), Ostjuden, sfuggiti - nel corso di tre ondate migratorie - ai terribili pogrom antisemiti scatenati a più riprese nei territori polacchi e occidentali del vecchio impero zarista (3). Sono animati da ideali socialisti e aderiscono alla piattaforma sionista di Theodor Herzl (1860-1904) e Max Nordau (1849-1923), riguardo alla necessità di costituire uno Stato ebraico in Palestina (Eretz-Ysra'el). L'affare Dreyfus da un lato e le reiterate persecuzioni subite nelle regioni orientali dall'altro, hanno fortemente scosso la fiducia di quanti - dalla Rivoluzione francese in poi - avevano riposto le loro speranze nei valori emancipativi di un cosmopolitismo universalista e liberale all'interno dei rispettivi paesi di adozione. Il sionismo, in quella fase, appare a molti come una via di salvezza per un popolo in pericolo, per un gruppo di individui che l'Europa, in un modo o in un altro, stava scacciando via. Un convincimento destinato a trovare una nuova, tragica conferma, negli anni dell'ascesa nazi-fascista nell'Europa degli anni '30 e '40.

Nel 1896 Herzl pubblica Der Judenstaat e l'anno dopo, a Basilea, viene tenuto il primo Congresso sionista mondiale. L'obiettivo è chiaro: "Il sionismo si propone di assicurare una sede nazionale, garantita e di diritto pubblico al popolo ebraico in Palestina". Una prospettiva che stenterà a fare breccia e proseliti nelle poliedriche realtà della diaspora, siano esse quelle moderniste e secolarizzate dell'Europa occidentale, siano invece quelle tradizionaliste e ortodosse dell'Europa orientale. All'inizio solo una minima parte di quanti lasceranno le loro case e i loro sthetl (4), sotto l'onda d'urto del terrore zarista, opterà per la Palestina, a quel tempo sottoposta al dominio dell'Impero Ottomano. La maggior parte decide di emigrare nell'America del Nord, alcuni in Argentina, altri in Inghilterra. Dei 2.400.000 ebrei che lasceranno in quegli anni i vasti territori della Russia, della Polonia occupata, della Galizia e della Romania, soltanto 40.000 si orienteranno per la Palestina. E' solo dopo il 1924, quando Stati Uniti e Canadà imporranno una svolta fortemente restrittiva alle norme sull'immigrazione, che negli ebrei dell'Europa orientale prende corpo l'opzione per la Palestina (5).

Nello stesso anno in cui a Basilea si apre il primo congresso sionista, il 1897, a Vilnus, in Lituania, si costituisce il Bund, la Lega degli Operai Ebrei Lituani, Polacchi e Russi. Il suo maggiore ispiratore e ideologo è Vladimir Medem. La stragrande maggioranza dei bundisti si dissocia duramente dalla piattaforma sionista, stigmatizzandola come reazione borghese all'antisemitismo e strumento di divisione e di disorientamento della classe operaia (6). "Sionismo e socialismo - scrivono su un documento - costituiscono una contraddizione in termini". Il Bund considera il fine ultimo del sionismo, e cioè l'ottenere una terra per il popolo ebraico, come "qualcosa di scarsa importanza, che non risolve la questione ebraica, se soltanto una piccola parte del popolo ebraico può essere sistemata in quella terra" (7). Un elemento che rischia piuttosto di distrarre dall'urgenza della lotta anti-zarista, anti-capitalista e contro le tendenze anti-semite delle popolazioni slave. La lotta politica e sociale, per il Bund, deve essere "territorialista", vale a dire rivolta agli obiettivi dell'emancipazione civile, culturale e politica degli ebrei nell'ambito dei paesi in cui sono presenti e organizzati (8). Grande importanza viene attribuita all'autonomia linguistica, a quella che Traverso chiama Yiddishkeit. Un atteggiamento, analogo a quello di austro-marxisti ebrei come Otto Bauer e Karl Renner, che incontrerà negli anni la diffidenza - anche aspra - di altri autorevoli dirigenti marxisti e comunisti, a cominciare dallo stesso Marx (9), anni prima, per proseguire con Pannekoek, Kautsky, Lenin, Trotskij e, con sfumature assai meno drastiche, Rosa Luxemburg. Eredi degli ideali illuministici - in ciò alla stregua dei liberali - i socialisti marxisti giudicano l'assimilazione il fine sostanziale dell'emancipazione. Nemici dell'antisemitismo ma ostili anche a quello che viene ritenuto il principio borghese di una cultura nazionale propriamente ebraica, si ergeranno come fautori strenui dell'internazionalismo proletario e di un integrazionismo socio-politico su basi esclusivamente di classe (10).

Il ramo russo del Bund, originariamente in dissenso col partito socialdemocratico russo e con la rivoluzione bolscevica, confluirà nel 1920 nelle fila del partito comunista sovietico (Kombund), di cui per alcuni anni continuerà a costituire una speciale sezione (Yevsectia) (11). La dirigono Simon Dimanstein e Samuel Agurskj. I bolscevichi procederanno rapidamente alla soppressione della legislazione antisemita in vigore sotto il vecchio regime: qualcosa come seicento leggi restrittive dei diritti civici della popolazione ebraica residente nei territori zaristi. Negli stessi anni, l'ala sinistra del partito sionista, il Poale Zion, fondato nel 1905 in Polonia dall'ideologo ebreo-marxista Ber Borochov, aderisce prima alla piattaforma pacifista di Zimmerwald e poi alla Terza Internazionale comunista. Le simpatie filo-bolsceviche manifestate dalle correnti ebraiche dell'Europa orientale - cresciute nella lotta anti-zarista dei comunisti e dell'Armata Rossa (12) - vengono contrastate da quei settori della diaspora, di orientamento liberale e socialdemocratico, che sono nel frattempo emigrate negli Stati Uniti e in Gran Bretagna (13).

Le speranze dei sionisti trovano nuovo alimento e impulso, in quel fatale 1917, dalla famosa Dichiarazione Balfour sul "focolare ebraico", con cui la Gran Bretagna - dopo aver ottenuto il mandato sulla Palestina dalla Società delle Nazioni - annuncia la sua intenzione di "favorire l'instaurazione in Palestina di una costruzione nazionale (national home) del popolo ebraico, non appena le circostanze lo avessero consentito". L'accordo Sykes-Pikot, del 1916, aveva già disegnato i nuovi confini della dominazione anglo-francese nei territori mediorientali del vecchio Impero Turco, suggellando - a fine conflitto - il mandato britannico sui territori della Palestina, inclusi quelli dell'attuale Giordania. Durerà fino al 14 maggio del 1948, data ufficiale della nascita dello Stato di Israele.

Nei ventotto anni che intercorrono fra questa data e quella, nel 1920, della sua costituzione (periodo denominato dello Yishuv, dell'"inseidiamento"), l'Histadrut rappresenterà il più importante terminale organizzativo e logistico dell'emigrazione ebraica in Palestina. Finanziato dall'Organizzazione Sionista Mondiale, guidata dal liberale Chaim Weizmann, e dall'Agenzia Ebraica per la Palestina, l'Histadrut assolve a funzioni che definiremmo pre-statuali, organizzando proprie strutture produttive, cooperative agricole, abitazioni, scuole e ospedali, servizi assistenziali, istituti di credito, aprendo le sue fila a tutti i coloni ebraici che immigrano in Palestina (14). L'attività sindacale in senso stretto, in quella fase, costituisce una preoccupazione del tutto secondaria.

La proclamazione dello Stato di Israele, nel maggio 1948, rappresenta un'evidente svolta storica per l'Histadrut, che d'ora in poi lascerà che la nuova entità statale rilevi alcuni di quegli ambiti di intervento che fino ad allora erano stati esclusivamente ricoperti dalla Federazione generale dei lavoratori ebrei. Quasi un passaggio di testimone; un caso da manuale - afferma Chermesh - di ciò che nelle scienze sociali è stata chiamata "profezia che si auto-avvera" (15). Autentico pilastro dell'ordinamento del nuovo Stato, non occorrerà alcuna legge per sancire non solo il primato monopolistico ma anche solo la legittimazione formale dell'Histadrut. Esso semplicemente "è" l'organizzazione di tutti i lavoratori ebrei di Israele.

3. L'ideologia

L'ideologia dell'Histadrut scaturisce da un peculiare innesto fra socialismo e nazionalismo sionista. Il primo a tentare la sintesi era stato un ex amico ed estimatore di Marx, Moses Hess, che divenuto con gli anni un timorato e ardente devoto della fede giudaica, nonché fautore del risveglio linguistico ebraico (16), si scaglia ora contro quelle tendenze assimilazioniste diffuse fra le élite economiche e politiche dell'ebraismo ashkenazita. Nel suo libro più importante, Roma e Gerusalemme (1899), profetizza una Palestina israelitica, definita come autentico "sabato della storia" (17).

La presenza di vasti imperi multinazionali nell'Europa centro-orientale, alla vigilia della prima guerra mondiale, impone a tutti i partiti dell'Internazionale socialista un serrato confronto con quelle correnti - diffuse in partiti forti come quello socialista austriaco - che sollevano i temi del riscatto nazionale a fianco della lotta di classe per la trasformazione dei rapporti di produzione e del sistema sociale. Un rapporto decisamente controverso - quello fra nazione e classe - destinato ad infliggere, alla vigilia del primo conflitto mondiale, la più drammatica e durevole delle lacerazioni avvenute in seno al movimento operaio internazionale.

La versione specificamente ebraica di questa correlazione ideologica fra nazionalismo e socialismo può essere ricondotta ad almeno quattro indirizzi politici e strategici: primato della nazione, socialismo costruttivo, comunitarismo organicista, unità assoluta dell'organizzazione sociale e politica dei lavoratori.

Il primato della nazione. Per l'Histadrut ed i principali partiti sionisti nessun obiettivo può essere anteposto all'obiettivo primario di edificare una società ed uno stato ebraico in Palestina. Ciò implica due cose: la conquista della maggiore quantità di terra possibile e l'accoglimento del maggior numero possibile di immigrati provenienti dalla diaspora. Al conseguimento di tali fini devono concorrere indistintamente, in uno spirito pionieristico e produttivistico, tutte le classi. Il concetto di nazionalizzazione, da questo punto di vista, non rileva tanto sul piano delle tradizionali implicazioni assunte nel novero delle politiche economiche socialiste, quanto piuttosto in quello coloniale di porre la terra sotto il controllo del popolo ebraico attraverso le sue istituzioni politiche. Si pensi che in Israele, il 92% della terra è di proprietà dello stato.

Il maggiore teorico di questa linea è David Gordon (1856-1922), la cui dottrina viene raccolta e posta in essere da due pragmatici leader dell'ala destra del sionismo operaio: Berl Katznelson (1887-1944) e, soprattutto, Ben Gurion (1886-1973), primo segretario dell'Histadrut e tra i principali artefici della nascita dello Stato di Israele. "Dalla classe alla nazione", è lo slogan in cui si condensa l'essenza dell'ideologia e della politica di Ben Gurion.

Restano esclusi, per oltre quarant'anni, gli arabi-palestinesi che lavorano nelle prime colonie ebraiche e nei territori occupati dopo la spartizione ONU del 1947 e la vittoria nella prima guerra arabo-israeliana (1947-49). I laburisti, nel Mapai (18) e nell'Histadrut, restano a lungo irremovibili su questo importante punto. Le ragioni ideologiche di questa esclusione risiederebbero nell'obiettivo di ricreare nell'ambito del nuovo stato una stratificazione sociale interna all'ebraismo, che si caratterizzi per una presenza ed una distribuzione completa in tutte le classi sociali, dalla borghesia al proletariato. Possiamo dire che nella singolare variante sionista dell'ideologia classista, la lotta di classe deve profilarsi come una questione del tutto interna alla comunità ebraica. In linea di massima la manodopera araba non andrà sfruttata, e dunque nemmeno tutelata sindacalmente, bensì soppiantata il più possibile dall'immigrazione ebraica nella regione. Di fatto non sarà così e fino a tempi recenti l'impiego di lavoratori arabi, specie in agricoltura e nelle costruzioni, è stata massiccia. Contro questa autentica discriminazione si batteranno per anni, senza successo, le formazioni minori a sinistra del Mapai: i comunisti (del Maki e del Rakha), i trotskisti del Matzpen e i socialisti di sinistra del Mapam (19). Comunisti e socialisti di sinistra chiedono in sostanza che vi sia un'organizzazione unitaria dei lavoratori ebrei ed arabi, da realizzare con un sistema di piattaforme, con specifiche sezioni nazionali che organizzino la manodopera araba impiegata presso le colonie e i territori israeliani (20).

Occorrerà attendere dunque gli anni '60 affinché - dopo le prime timide aperture della seconda metà degli anni '50 - venga modificato lo statuto dell'Histadrut, sino ad ammettere nel 1965 i lavoratori arabi all'elezione dei gruppi dirigenti nonché la rimozione, l'anno dopo, del riferimento etnico confessionale all'ebraismo da parte dell'organizzazione. Non più Federazione generale dei lavoratori ebrei, bensì dei lavoratori di Israele. In quegli anni gli iscritti arabi e drusi costituiscono qualcosa come oltre un terzo del totale, a riprova dell'assoluta necessità di rappresentanza avvertita da questi lavoratori.

Il socialismo costruttivo. Teorizzato in Europa da Hendrick De Man in chiave anti-marxista, questo concetto viene ripreso dall'ebreo-russo, sionista, Nahman Syrkin (1867-1924) (21). L'idea è che il peculiare carattere extra-territoriale del popolo ebraico imponga modi diversi e sperimentali di fusione fra il nazionalismo sionista e gli ideali del socialismo. Lotta di classe e colonizzazione costituiscono, per il sionismo "costruttivista", due obiettivi indissolubilmente correlati. La mancanza di una stratificazione di classe tradizionale, polarizzata fra borghesia capitalista e proletariato, induce a concepire una teoria delle fasi. All'inizio l'elemento sionista dev'essere quello dominante, inclusi gli imperativi della solidarietà nazionale e interclassista; successivamente andrà accentuata la lotta di classe per un governo socialista dei lavoratori. Contro questa prospettiva si batte duramente, uscendo sconfitto, Borochov e la sinistra del Paole Zion (22).

Come ha scritto Merhav, l'Histadrut assolve ad un duplice ruolo storico: "da un lato deve svolgere tutte le funzioni che spettano a un sindacato, dall'altro ha il compito addizionale di costruire la classe operaia, di formarla fisicamente e ideologicamente, con tutto ciò che questo implica" (23).

Il comunitarismo organicista. E' proprio in ciò che risiede probabilmente il carattere più peculiare del socialismo costruttivo dell'Histadrut, dei kibbutzim e, più in generale, del movimento laburista israeliano. Una particolare miscela fra i temi nazionali del risveglio spirituale e linguistico, declinati alla maniera organicistica e romantica di un Herder, e quelli del populismo russo, alla Tolstoi, evocativi di un primato morale della campagna sulla città, del duro lavoro manuale su quello speculativo, di una superiorità culturale del lavoratore sui ceti parassitari legati al commercio, alle professioni, alla finanza (24). In perfetta controtendenza con quello che per secoli era stato il tratto dominante - e ora stigmatizzato - delle attività economiche della diaspora ebraica. Borochov aveva descritto la stratificazione sociale della diaspora con la metafora geometrica del "piramide rovesciata". Da ciò discende il corollario dell'assoluto primato del collettivo, in questo caso la nazione ebraica, sull'individuo. Scrive Ben Gurion "Una distinzione fra i bisogni dell'individuo e i bisogni della nazione non ha fondamento nella vita dei lavoratori di Eretz-Yisra'el". L'organizzazione, vale a dire l'Histadrut: "avrebbe abbracciato tutti gli interessi economici, spirituali, culturali e politici dei lavoratori". E così fu: come vedremo meglio più avanti (v. infra §. 4), l'Histadrut è stato al contempo impresa, cooperativa, banca, distribuzione commerciale, ufficio di collocamento, assicurazione sanitaria obbligatoria, sindacato, farmacia, casa di cura, scuola e sistema ricreativo, stampa quotidiana e periodica. Insomma, con il titolo di un libro del politologo israeliano Chermesh, un autentico "Stato all'interno dello Stato" (25).

L'assoluta unità dell'organizzazione; si tratta di un autentico dogma, comune ad altre correnti del movimento operaio, secondo il quale l'unità organizzativa dei lavoratori, "ad ogni costo e ad ogni circostanza", costituisce una sorta di principio "eterno e sacrosanto, buono e corretto in se stesso, senza mettere in risalto il fatto che una tale unità è possibile solo sulla base di qualche programma concordato che sarebbe vincolante" (26). Da questo punto di vista, l'Histadrut manterrà sempre un profilo dottrinale e politico molto sfumato, giungendo ad aprire le sue fila - a metà degli anni '60 - agli attivisti liberali e della estrema destra di Herut (futuro Likud). La membership è oggi aperta a pressoché tutta la società ebraica, dagli ortodossi dello Shas, all'ultra-destra del Likud, ai socialisti e ai comunisti. Il cemento associativo non risiede nell'adesione individuale ad una determinata piattaforma politica e strategica, bensì nella quantità e nella qualità dei servizi economici e sociali che l'organizzazione è in grado di garantire ai suoi iscritti (27).

A ben vedere, come è stato rilevato, si è in presenza di una ideologia "chiusa e tribale", fortemente intrisa di suggestioni autoritarie e pre-moderne (28). Un'autentica reazione contro i due grandi tronconi del pensiero politico moderno scaturiti dall'illuminismo: il socialismo, certo, ma anche il liberalismo (29). Un rovesciamento culturale e politico di prospettiva, cruciale per la comprensione di quella originalissima e controversa esperienza di socialismo nazionale che è stato il laburismo israeliano nelle sue due più peculiari istituzioni: il collettivismo kibbutzistico da un lato e il sindacalismo parastatale dell'Histadrut dall'altro.

Un processo che si consuma nell'arco di un trentennio, attraverso un duplice strattone impresso, da destra, all'evoluzione politica del movimento operaio ebraico. Il primo consiste nel postulare una sorta di rivincita dei legami nazionali su quelli universalistici ed economico-sociali della tradizione post-illuminista. Con questa scelta il sionismo imprime, di fatto, una cesura profonda con la cultura politica dei settori maggioritari e non-sionisti della diaspora (il Bund, la social-democrazia europea di un Blum, un Adler o un Hilferding; il bolscevismo sovietico, coi suoi numerosi e influenti dirigenti ebrei (30)). Il secondo, questa volta tutto interno alle correnti del sionismo, si realizza fra la seconda e terza 'Aliah (1904-23), quando i filoni teorici e partitici più legati al socialismo della Seconda e della Terza Internazionale verranno liquidati e posti ai margini del mainstream politico dello Yishuv prima e del futuro Stato d'Israele poi. Quando nell'inverno del 1920 i due principali partiti politici allora presenti in Palestina - l'Ahdut Haavoda e l'Hapoel Hatzair (31) - decidono di darsi una struttura unitaria nel campo del lavoro e dell'economia, e cioè l'Histadrut, i valori egemoni sono quelli testé descritti. Le formazioni della sinistra socialista (il Poale Zion, l'Hashomer, il Gdud (32), le varie frazioni comuniste) - ispirate dal maggiore teorico di un sionismo marxista, Ber Borochov - sono ormai battute. Uno slittamento progressivo a destra della politica ebraica in Palestina, destinato a culminare - nel 1930 - con la costituzione del Mapai, frutto di una fusione politica fra le organizzazioni del sionismo operaio e correnti nazionaliste, organiciste e anti-socialiste. Nel 1968, a seguito di un ennesimo processo di fuoriuscite e fusioni, il Mapai si trasformerà nell'attuale Partito laburista d'Israele (Haavoda).

4. Oltre il sindacato

In assenza di un vero apparato statuale e con un capitale privato cronicamente al di sotto delle necessità indotte dall'immigrazione, l'Histadrut ha dovuto per anni surrogare questa duplice anomalia, facendosi carico di una molteplicità di ruoli e funzioni nel campo economico e sociale. Una "differenziazione funzionale", per dirla alla Luhmann, necessaria a far fronte alla complessità di un ambiente esterno non altrimenti riducibile secondo i più consueti canali istituzionali (33).

Le attività produttive e le politiche per il lavoro. Sin dalla sua nascita, all'alba degli anni '20, l'Histadrut crea e possiede numerose aziende e società di costruzioni (Solel Boneh), un migliaio fra cooperative di produzione e di consumo (34), una banca (Hapoalim), moshavim e kibbutz. In questi ultimi lavora il 3% circa della popolazione totale del paese. E' poi lo stesso sindacato che provvede a gestire il collocamento a favore di occupazioni stabili e ben tutelate. Dal 1923, una holding - l'Associazione generale cooperativa del lavoro (Hervat ha'Ovdim - HHO) - coordina l'insieme delle attività produttive che fanno capo all'Histadrut. Si tratta di un autentico pilastro dell'economia israeliana, capace di coprire fino a un quarto dell'occupazione nazionale e dell'intero Pil nazionale, con un controllo quasi monopolistico di un settore cruciale come l'agricoltura. Se a ciò si aggiunge il settore pubblico strettamente inteso, otteniamo un quadro nel quale il settore privato ricopre poco più del 50% dell'intero Pil nazionale. L'Histadrut riveste dunque, in proporzioni davvero ragguardevoli, la duplice veste di datore di lavoro e di organizzazione sindacale dei lavoratori.

L'assistenza sanitaria (Kupat Holim Klalit): il Fondo generale per le malattie è una creatura di Histadrut e risale al 1923. Obbligatoria dal '37 per tutti gli iscritti, assicura per decenni non meno del 70% della popolazione israeliana. Il 40% del totale delle entrate del tesseramento sono destinate al Fondo. La centrale sindacale gestisce anche ospedali, cliniche ostetriche, istituti di convalescenza, e persino farmacie. Nel '94, dopo anni di aspro dibattito politico e parlamentare alla Knesset, l'allora governo laburista guidato da Itzak Rabin - di concerto col nuovo Histadrut di Chaim Ramon - viene convinto a varare una legge di riforma del sistema sanitario nazionale, con cui si pone fine all'amministrazione sindacale, per altro pesantemente indebitata, di questo ramo cruciale del welfare. La legge entrerà in vigore il 1° gennaio del 1995.

La sicurezza sociale. Histadrut amministra fondi pensione dei lavoratori, basati sui contributi di questi ultimi e dei loro datori di lavoro. Possiede inoltre una catena di case di riposo piuttosto economiche e concede mutui particolarmente convenienti per l'acquisto della casa. Il 20% circa del bilancio viene normalmente destinato a finalità di questo tipo.

L'attività sindacale. Rappresenta un'attività fra le altre già menzionate, in quanto l'obiettivo di una società equa e solidale - nell'ideologia di quel movimento - deve attraversare non solo i rapporti di lavoro ma l'intera struttura del sistema sociale, economico, politico e culturale. Il nuovo Histadrut è oggi una confederazione che organizza una trentina di organizzazioni sindacali, di rango sia settoriale che di mestiere; in qualche caso in base al tipo di datore di lavoro (dipendenti statali e civili delle forze nazionali di difesa sono realtà occupazionali molto significative). A livello locale operano 78 strutture e in azienda vige il sistema del single channel, con delegati eletti dal personale - non importa se iscritti o meno al sindacato - sul modello dei consigli d'azienda.

La contrattazione collettiva, disciplinata da una legge organica del 1957, si svolge a più livelli; quello nazionale - interconfederale e settoriale - è di due tipi: quello fra l'Histadrut e l'Ufficio di Coordinamento nazionale delle organizzazioni economiche nel settore privato, e fra la stessa centrale sindacale e il Governo nel settore pubblico. I contratti nazionali di settore sono 25 mentre quelli aziendali o di posto di lavoro si contano nell'ordine delle centinaia. L'efficacia dei contratti collettivi siglati si estende indistintamente a tutti i lavoratori coperti, non importa se ebrei, palestinesi o di altra provenienza. Il sistema decisionale interno è molto verticistico ed ogni iniziativa di settore, soprattutto in occasione di scioperi, passa prima per il vaglio del centro federale.

Già istituzione in sé, l'Histadrut ha sempre contrastato ogni altra ipotesi di interventismo legislativo sulle relazioni industriali, invocando quel principio di abestention of law a suo tempo teorizzato da un maestro del diritto del lavoro moderno, l'ebreo tedesco (trapiantato in Inghilterra) Otto Kahn-Freund. Una linea condivisa dal partito laburista ma avversata invece dal Likud, fautore di un assoggettamento del sindacato alla legislazione, come nel caso della proposta sull'arbitrato obbligatorio (35).

In caso di scioperi, piuttosto ricorrenti nei settori pubblici, l'Histadrut è stato a lungo in grado di mettere a disposizione una "cassa di resistenza" per i lavoratori che hanno interrotto, col lavoro, anche la percezione del loro reddito.

Altri servizi. Fra questi i più rilevanti sono probabilmente quelli legati alla formazione professionale (l'Histadrut ha una sua rete di scuole chiamata Amal), all'associazionismo di tipo culturale e ricreativo, società sportive (fra cui l'Apoel, una dei maggiori club calcistici del paese) e organizzazioni giovanili, alle associazioni per la tutela dei consumatori. Alla fine degli anni '90 viene chiuso lo storico quotidiano, Davar, fondato dal padre della patria Berl Katznelson e di proprietà del sindacato.

L'insieme di tutte queste funzioni - articolate organizzativamente in dieci divisioni tematiche e funzionali - ha richiesto un apparato imponente, per il coordinamento del quale l'Histadrut ha per anni disposto di non meno di 4.000 funzionari, occupati direttamente alle proprie dipendenze fra sedi centrali e periferiche. In questa cifra non sono computati quanti lavorano presso le cooperative di produzione, nei fondi per l'assistenza malattie e in quelli previdenziali, il personale delle scuole e degli ospedali, nonché quanti lavorano volontariamente presso le strutture sindacali locali. Dopo il brusco ridimensionamento succeduto negli anni '90, per le ragioni che si possono vedere nel paragrafo che segue, l'Histadrut ha dovuto tagliare oltre la metà del suo apparato, riducendolo a meno di 2000 fra dirigenti politici, funzionari e impiegati. Il numero di sindacati affiliati, a livello nazionale, è stato ridotto - attraverso numerose fusioni - da 44 a 30 nell'arco degli ultimi 12 anni.

5. La membership

Dal punto di vista giuridico l'Histadrut rappresenta un'associazione volontaria a cui ci si iscrive, formalmente, sulla base di una libera decisione individuale. L'iscrizione avviene direttamente alla confederazione e solo in seconda istanza si diviene iscritti ad una specifica federazione di settore.

Prima della legge del '95 sulla riforma del sistema sanitario nazionale, l'iscrizione al sindacato e quella al fondo generale malattie era pressoché contestuale e concomitante. In vero si poteva aderire al fondo senza prendere la tessera sindacale, ma rimanendo in ogni caso tenuti al pagamento di una quota extra-associativa di sostegno al sindacato. L'irrisoria differenza fra tale contributo (lo 0,7% del salario mensile sino ad un determinato tetto di reddito) e quello dovuto al tesseramento (0,9% sino ad un determinato tetto di reddito) favoriva ulteriormente l'opzione associativa. La quota associativa poteva tuttavia essere calcolata con criteri di proporzionalità rispetto al reddito e, attraverso complessi sistemi di misurazione, variare fra il 5% e il 5,5%, assicurazione sanitaria inclusa. Il versamento poteva avvenire direttamente tramite conto bancario o attraverso una trattenuta del datore su delega del lavoratore.

Va poi aggiunto che i lavoratori non iscritti di un azienda in cui il sindacato ha negoziato un accordo collettivo sono comunque tenuti a pagare una quota che noi definiremmo di adesione contrattuale, pari all'1% della retribuzione. Le quote associative, quelle contrattuali e i contributi esterni confluiscono tutti presso l'amministrazione centrale della federazione, eloquentemente intitolato "Tax Bureau". Da tale ufficio si possono dunque ricavare i dati sulla membership, malgrado siano sempre rimasti piuttosto confusi e incerti nella loro enormità.

Un sistema aperto all'iscrizione di ogni categoria di cittadini, e non solo di lavoratori, con canali e modalità di iscrizione tanto diversificati, ha fortemente dopato - fino al '95 - i dati effettivi sul tesseramento. Si pensi solo all'anomalia di un'organizzazione sindacale che fino al 1995 si permetteva di calcolare il tasso di iscritti non sulla popolazione lavorativa attiva, bensì sul totale della popolazione maggiorenne. Nel 1977 si raggiunse quota 65%. In nessun paese al mondo vi è mai stata una percentuale della popolazione totale tanto alta iscritta a un sindacato. Fra i soli salariati il tasso di sindacalizzazione è stato per decenni intorno al 90%. Va tuttavia aggiunto che, da alcune indagini empiriche condotte da studiosi israeliani (36), sarebbe risultato come assai spesso molte persone non fossero neppure a conoscenza della loro affiliazione all'Histadrut.

Al fine di eleggere gli organismi dirigenti dell'organizzazione si procedeva ad identificare gli aventi diritto al voto fra i paganti le quote associative e i contributi sindacali/contrattuali. In questo modo diventava possibile calcolare il dato percentuale, oltre che assoluto. In ragione dell'enorme potere accumulato dall'Histadrut, l'elezione dei suoi organismi dirigenti è sempre stato un evento politico di primaria importanza in Israele. Ogni corrente di partito interna al sindacato aveva l'interesse a denunciare il massimo numero di iscritti fra i propri simpatizzanti, con effetti evidentemente distorsivi sul totale effettivo degli iscritti. Alcuni dati, dunque.

Iscritti e tasso di sindacalizzazione
1981 1985 1989 1994 1998
Aventi diritto al voto nei congressi (V.A.) 1.471.846 1.494.717 1.446.838 1.573.174 627.405
% della popolazione (18+) 61 58 51 47 n.p.
% degli occupati n.p. n.p. n.p. 52 29

Fonte: R. Nathanson, G. Zisser.

Nel 1994, l'ultimo anno di grazia prima che fosse abrogato per legge il controllo sindacale sull'assistenza sanitaria, gli iscritti ad Histadrut rappresentavano l'88% del totale di quanti ad esso pagavano una qualche forma di contributo. Di tutti gli iscritti solo una parte minoritaria aveva preso la tessera sindacale attraverso i tradizionali canali legati alla rappresentanza collettiva e negoziale nei luoghi di lavoro. L'entità esatta di questo nucleo che possiamo definire autenticamente sindacale emergerà con sconvolgente chiarezza dopo l'estromissione di Histadrut dall'assistenza sanitaria. Si passa allora, in soli quattro anni, dal 47% della popolazione maggiorenne nel 1994, al 29% di quella lavorativa del 1998. Ancora nel 1994, prima del tracollo, gli iscritti al sindacato fra i lavoratori erano stimati nel 52% del totale della popolazione lavorativa.

Le percentuali più alte si raggiungono nei comparti dell'elettricità e delle risorse idriche (91%), nel pubblico impiego (70,4%), nei trasporti e nelle comunicazioni (60,7%); i livelli più bassi di sindacalizzazione riguardano invece le costruzioni (12,6%), il commercio, il turismo e la ristorazione (21%).

Oggi gli iscritti ad Histadrut sono 650.000, poco meno del 30% circa dei lavoratori dipendenti attivi, il 25% dei quali appartenenti al settore privato e il 50% ai settori pubblici. Si tratta di una cifra inferiore alla metà del totale degli iscritti dichiarati agli inizi degli anni '80, con qualche leggero e incoraggiante segnale di ripresa negli ultimissimi anni.

6. L'establishment politico e la svolta del 1994-95

Histadrut non è solo il movimento che ha creato le infrastrutture economiche e istituzionali su cui è stato successivamente edificato lo Stato ebraico, ma è stato e rimane un soggetto politico di primaria grandezza anche dopo il 1948. Un autentico cardine dell'establishment, laburista e ashkenazita, che per oltre settant'anni ha dominato la politica israeliana. Il suo potere è stato enorme, orientando ampie fasce dell'elettorato e condizionando le leadership e le politiche del partito laburista al governo. Per anni, per decenni, i segretari generali della federazione del lavoro - uomini come Ahron Becker, Yitzhac Ben-Arhon, Yeruham Meshel, Israel Kessar - sono stati considerati gli uomini politici più potenti d'Israele ed è sintomatico che l'edificio dove ha sede il quartier generale di Histradut, a Tel Aviv, venga comunemente indicato con l'ironico appellativo di "Cremlino".

Per la vastità della sua base associativa di riferimento, l'Histadrut riconosce al suo interno un articolato pluralismo su base politica di partito. Le elezioni ai suoi Congressi, tenute generalmente ogni quattro anni, costituiscono una prova politica generale per tutti i partiti israeliani, alla stregua del voto per la Knesset e per le municipali. Fra le varie correnti interne, quella legata al Partito Laburista (Haavoda, ex Mapai) è stata per oltre settanta anni maggioritaria. Sempre al di sopra del 50%. In alleanza con la corrente del Mapam (oggi Yachad), la sinistra operaia del Histadrut poteva raccogliere, nei primi anni '70, il 60% di delegati e posti di comando.

Le principali roccaforti sono da sempre costituite dal vasto settore cooperativo e del pubblico impiego. Alle elezioni per il Congresso del 1994 avviene il crollo: i laburisti smottano al 32,6%, con una erosione del consenso a vantaggio delle correnti, sia di sinistra che di destra. Queste ultime avevano ottenuto il diritto di entrare a far parte dell'Histadrut durante la seconda metà degli anni '60. Ai liberali si erano alleati, in una coalizione bianco-blu, i militanti dell'estrema destra dell'Herut, oggi Likud, erede del revisionismo aggressivo e fascistoide del carismatico leader ucraino Zeev Jabotinsky (1880-1940) (37). Il blocco Likud-liberali (Gahal) diviene, a partire dalla metà degli anni '70, la seconda forza politica interna all'Histadrut. I consensi maggiori li raccoglie nel settore privato dell'economia.

Se il 1977 - con la prima volta al governo, da sola, della destra di Beghin e Shamir - costituisce il principale tornante della vita politica israeliana, il 1994 lo è per la vita della potente centrale sindacale del paese.

Artefice di questa svolta è senza dubbio Chaim Ramon, il giovane dirigente laburista che sui temi sindacali aveva appena rotto col Premier Rabin di cui, sino al febbraio di quell'anno, era stato Ministro della sanità. I capi laburisti e dell'Histadrut avevano infatti sbarrato la strada al suo progetto di legge per l'abrogazione del controllo sindacale sul fondo di assistenza sanitaria e la sua nazionalizzazione. Sconfitto nel governo e nel partito, Ramon si lancia alla conquista del sindacato e vince. In poche settimane - insieme ad Amir Peretz, altro laburista dissidente - forma una propria corrente e contro il candidato ufficiale del Labour (Abrham Abarefeld) ottiene il 46% dei consensi, vincendo il congresso di Histadrut. Subentra al vecchio leader laburista Israel Kessar. La guida del sindacato passa per la prima volta nella storia ad un rassemblement politicamente composito e post-ideologico, chiamato Ram. La sua piattaforma prevede maggiore trasparenza nella vita degli apparati sindacali, il rientro dei enormi debiti di gestione del welfare sindacale, la vendita della maggior parte delle aziende agricole e industriali e delle banche di proprietà sindacale, la chiusura del quotidiano Davar, e soprattutto - come non gli era riuscito di ottenere in seno al governo di cui era ministro - la fine della gestione sindacale del fondo assicurativo malattie. Una linea che incontra la resistenza dei settori più tradizionalisti del Labour e del sindacato, laddove le correnti a destra e a sinistra del partito laburista in seno ad Histadrut si coalizzano intorno alla necessità di rifondare il sindacalismo israeliano, restituendo Histadrut alle naturali funzioni di un corpo intermedio che nella dialettica sociale con l'impresa rappresenta e organizza il lavoro dipendente.

La nuova maggioranza intende imprimere una discontinuità radicale con la storia di Histadrut. Per dare un segno alla svolta si decide innanzitutto il cambiamento del nome in New Histadrut. Alla stessa stregua si mutano i nomi di tutti gli organismi dirigenti, nonché la loro composizione numerica e i criteri di nomina. Viene raddoppiato il numero dei partecipanti alla Convenzione generale (l'equivalente di un Congresso nazionale) - da 1501 a 3001 - e dotato quest'ultimo del potere di eleggere direttamente il Segretario generale, la cui designazione era stata in passato decisa dal Comitato esecutivo centrale.

Nel novembre 1995, dopo l'assassinio di Rabin, Ramon accetta di tornare nuovamente nel partito laburista e al Governo, come Ministro degli Interni nel gabinetto di transizione guidato da Shimon Peres. Quando lascia la guida dell'Histadrut all'attuale Segretario Amir Peretz, Ramon è già divenuto uno dei leader più popolari della sinistra israeliana e contende a Ehud Barak, perdendo, la successione alla guida del partito. Il "marocchino" Peretz (38), dal canto suo, diviene il maggiore interprete della linea riformista inaugurata dal suo predecessore e procede con lo snellimento organizzativo della Confederazione. Malgrado i forti contraccolpi sulla membership, la base resta coi riformatori. Fuori dal Labour ma questa volta di intesa con esso, Peretz raccoglie nel 1998 un plebiscito personale, qualcosa come il 78% dei voti al Congresso. In occasione dell'ultimo, svolto nel maggio del 2002, la sua corrente - pur restando ampiamente maggioritaria - ha subito una consistente flessione, attestandosi a livello del 62,2%.

Il sistema sindacale israeliano, come del resto molti altri nel mondo occidentale, non prevede alcuna incompatibilità fra il ricoprire alte cariche in seno all'organizzazione e la candidatura ai vertici di un partito politico e all'elezione in Parlamento. Come tutti i suoi predecessori, l'attuale Segretario dell'Histadrut è membro della Knesset, dove si è fatto eleggere fra le fila della sua piccola formazione politica, denominata Am Ehad, che detiene 3 dei 120 seggi che compongono il Parlamento israeliano.

7. Crollo e rinnovamento

A metà degli anni '90 - nel terremoto demografico, sociale e politico che investe Israele - maturano dunque le condizioni per uno dei tracolli associativi più clamorosi nella storia del sindacalismo internazionale. In uno suo studio comparativo del 1998 sulla sindacalizzazione nel mondo, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) stimava in un 77% circa la perdita di iscritti al sindacato israeliano fra il 1985 ed il 1996 (39). Un dato orientativo, una stima approssimativa ma ritenuta realistica, visto che fino al 1994 il tasso di sindacalizzazione risultava difficilmente estrapolabile secondo i consueti criteri di calcolo (percentuale degli iscritti sul totale della sola popolazione lavorativa dipendente attiva).

In nessun paese al mondo vi è stato uno smottamento di queste proporzioni. Nemmeno nei sindacati dei paesi che in quello stesso arco di tempo conoscono la caduta dei sistemi del socialismo reale e, con essa, la fine di ogni coazione monopolistica in favore dei sindacati di regime (40). E in effetti non sono poche le analogie che avvicinano - pur nella diversità sostanziale dei rispettivi regimi politici - l'esperienza del sindacalismo israeliano a quello dell'ex blocco socialista. Solo nelle tre repubbliche baltiche, e segnatamente in Estonia (- 71%), ci si avvicina al dato israeliano.

Le proporzioni dello smottamento dell'Histadrut non sono nemmeno quelli stimati dagli studiosi scandinavi nell'eventuale ipotesi di un'abrogazione del sistema Ghent vigente in quei paesi, dove il sindacato gestisce i fondi contro la disoccupazione (41). Un valore aggiunto che gli studiosi hanno stimato nell'ordine di 15-20 punti percentuali (42). Una cifra tutt'altro che irrisoria ma di sicuro assai inferiore a quel 77%, che è un'obiettiva enormità.

Immaginava Ramon una ricaduta tanto drammatica della sua pur condivisibile battaglia in seno alla sinistra israeliana? Come abbiamo visto, era stato proprio lui a stigmatizzare la patologica ipertrofia funzionale assunta dal sindacato israeliano nelle sue poliedriche vesti di proprietario di industrie, kibbutz e banche, erogatore di assistenza sociale e sanitaria, tutore degli interessi dei lavoratori dei rapporti di produzione. Una sorta di declinazione in salsa kosher del noto slogan cofferatiano "a ciascuno il suo mestiere". Era possibile pagare un prezzo meno devastante allo snellimento dell'elefantiaco apparato burocratico e parastatale dell'Histadrut? E' tutta colpa di quella riforma o c'è stato anche dell'altro? In Israele se lo chiedono ancora in molti fra quanti, nel sindacato e nel partito laburista, rievocano - non senza nostalgia - gli anni in cui Histadrut era un autentico colosso del sistema sociale e politico del paese.

In un quadro internazionale in larga parte segnato da tendenze anche molto marcate al declino sindacale, il dato israeliano spicca su tutti per via: a) della sua entità; b) del sua repentinità; c) del suo non essere determinato da un cambiamento radicale dell'ordinamento politico.

Si è già detto dell'entità del calo stimato dall'ILO: - 77%. Il calcolo effettuato dall'ILO si riferisce ad un intero decennio, quello fra il 1985 ed il 1996. Un arco di tempo già relativamente contenuto se commisurato ad una perdita del 77% di iscritti. In realtà sappiamo che quell'esito si è determinato in uno spazio temporale ancora più ridotto. Se è infatti vero che una significativa tendenza alla contrazione era già in atto da qualche decennio, possiamo con certezza affermare che essa precipita proprio nell'ultimissima fase del periodo rilevato dall'ILO.

Le cause di questa caduta non dipendono, come in altri paesi, dal cambio di regime politico. Vi è stato indubbiamente un secco ridimensionamento istituzionale e ciò è un fatto. Ma tale ridimensionamento è il frutto maturo di una duplice tendenza, a) quella storica e di lunga durata che quasi ovunque ha visto trasferire dalle mutue sindacali allo Stato l'amministrazione della sicurezza e dell'assistenza sociale; b) i drastici mutamenti intervenuti di recente nel tessuto profondo della società israeliana. Spiegazioni che attengono alle peculiarità antiche e recenti di quel paese e che sono questa volta improponibli nella comparazione con altre realtà nazionali. Solo in Israele si è infatti verificato - nell'arco di un decennio o poco più (e proprio quello che qui stiamo trattando) - un terremoto socio-demografico di portata tanto vasta. Ci limitiamo qui solo a suggerire i titoli degli eventi che hanno letteralmente terremotato la società israeliana a cominciare dall'arrivo di un quinto circa della popolazione dai paesi dell'ex Unione Sovietica (43), sradicato e generalmente poco incline a riconoscersi nelle organizzazioni sociali e politiche della sinistra. Decenni di politica formalmente egualitaria - ad opere delle forze politiche e sociali del laburismo - non sembrano avere inciso troppo sulla complessa piramide sociale dello Stato di Israele. Vecchie e nuove discriminazioni sociali si sono intersecate con la complessa composizione etnico-religiosa del paese. La vasta comunità sefardita, che costituisce oggi il 54% della popolazione ebraica di Israele ha dato in questi anni un forte segno politico al risentimento nutrito durante le decennali discriminazioni subite ad opera dell'establishment ashkenazita e laburista del paese. La vittoria politica della destra e dei partiti ultra-ortodossi è un riflesso, chiaro e documentato, dei comportamenti elettorali di questo segmento della società. A un gradino ancora più basso della gerarchia sociale si collocano da sempre cittadini arabo-israeliani (44), un milione di persone condannate di fatto all'emarginazione ed ora al sospetto terroristico da parte delle istituzioni e del resto della popolazione. L'estenuante conflitto nei territori occupati ha prodotto una gravissima crisi economica anche in Israele. Pil, produzione industriale e consumi privati sono ormai in grave caduta, mentre gli stanziamenti per i coloni e la difesa assorbono quote enormi della spesa pubblica. Nel 2003 la disoccupazione è salita a quote 11,2%, i salari hanno perso potere d'acquisto e il numero degli indigenti, specie fra gli anziani, è salito in modo preoccupante. Alcuni studi hanno stimato nel 22% del totale le famiglie che soffrono oggi di "insicurezza nutrizionale" (45). Le risposte del Likud sono state quelle della privatizzazione di vasti settori dell'economia pubblica e del vecchio welfare state laburista, col corollario della precarizzazione dei rapporti di lavoro e la riduzione della copertura dei contratti collettivi.

Tutto ciò ha modificato radicalmente le condizioni strutturali, oltre che le culture politiche, dominanti nella lunga stagione novecentesca in cui l'Histadrut aveva contribuito a fondare e consolidare lo Stato di Israele.

A ciò va' evidentemente aggiunto il maggiore fattore di precipitazione della crisi: la fine di quel particolare modello di gestione del welfare che al sindacato attribuiva la prerogativa esclusiva di amministrazione di un istituto cardinale dell'assistenza sociale: l'assicurazione in caso di malattia. Un bene di evidente rilevanza pubblica ed interesse universale. Il venir meno di questa rendita di posizione ha evidentemente privato il sindacato di un formidabile incentivo selettivo alla membership, indicendo a rompere gli indugi fra quanti non si vedevano più sufficientemente rappresentati e tutelati dal parastato sindacale. Esso aveva certamente intorpidito l'autonomia e l'intraprendenza di un sindacato non di rado attanagliato - agli occhi dei propri iscritti - in imbarazzanti conflitti di interesse.

Da questo punto di vista la vicenda dell'Histadrut - della sua storica ascesa e del suo repentino declino - deve indurci a qualche riflessione sulle conseguenze negative che possono in lontananza incombere su un sindacato che ha ecceduto sulla via della propria istituzionalizzazione, ponderandone con equilibrio le sue conseguenze più istruttive per i nostri paesi e per i nostri sindacati.

Il venir meno di alcune confortevoli rendite burocratiche indurrà certamente i militanti e i dirigenti dell'Histadrut a cercare nella rappresentanza sociale e negoziale del mondo del lavoro il principale fondamento della propria legittimazione e del proprio potere. E questa è certamente una sfida carica di nuovi stimoli e nuove opportunità per rifondare il sindacalismo israeliano.

Importanti segnali si colgono sin d'ora, a questo riguardo, nella direzione di un nuovo impegno in favore della contrattazione collettiva, dalla rappresentanza delle donne lavoratrici, del lavoro atipico e della formazione sindacale. Durissime, ad esempio, le reazioni dell'Histadrut alle ultime due leggi finanziarie presentate dal governo Sharon, contro il taglio della spesa sociale a favore dei piani militari in difesa degli insediamenti colonici.

Un elemento cruciale che potrà qualificare il segno organizzativo e democratico del New Histadrut riguarda i lavoratori arabi. Dal '66 sono ammessi in seno alla federazione ma il loro statuto giuridico e sindacale è rimasto a lungo marginale e discriminato rispetto ai colleghi di lavoro di appartenenza ebraica. La loro presenza nei gruppi dirigenti dell'organizzazione è a tutti i livelli minima. La situazione si è ovviamente aggravata negli ultimi anni. Giudicati "minacce potenziali", i lavoratori arabi sono esclusi da interi comparti produttivi, ritenuti cruciali per la sicurezza nazionale. Non solo il settore degli armamenti, ma anche l'industria elettrica - per fare un esempio - è divenuta off limits per questi cittadini dello Stato di Israele. A ciò si devono aggiungere i continui blocchi dell'immigrazione transfrontaliera palestinese. Circa 130.000 lavoratori (46), il cui tradizionale e cruciale apporto nei settori dell'agricoltura e dell'edilizia, è stato progressivamente rimpiazzato da nuovi immigrati, molto precari, provenienti da altre regioni dell'Europa sud-orientale e dall'estremo oriente asiatico. I lavoratori palestinesi transforntalieri sono oggi stimati fra i nove e i dieci mila, a seconda dei giorni, coi continui blocchi ai valichi. Di questi, circa 6.000 sono occupati nell'area industriale di Heretz, considerata area militare dagli israeliani; una sorta di parco industriale considerato zona franca, su territorio palestinese, ma con capitale israeliano.

Le condizioni umane e lavorative in cui versa oggi la popolazione palestinese sono divenute insostenibili. La disoccupazione, a Gaza e nella West Bank, raggiunge picchi del 70 e dell'80%. Percentuali analoghe riguardano le famiglie che vivono in condizioni di forte indigenza. I danni dell'occupazione sull'economia palestinese sono ingenti e stimati dal PGFTU nell'ordine dei sei milioni di dollari al giorno. Quasi 40.000 abitazioni sono state distrutte negli ultimi anni; 200.000 le piante di ulivo estirpate. Ora, con la costruzione del muro, la situazione economica è destinata solo a peggiorare, con nuovi espropri di terreni agricoli e distruzioni di case.

L'Histadrut - che per altro non è mai risuscita a distinguersi per una autonoma visione politica sugli insediamenti dei coloni nei territori occupati nel '67 - dovrà sapersi accreditare, oltre ogni dubbio, come sindacato genuinamente democratico e combattere queste pratiche discriminatorie. Una scelta che potrebbe avere riflessi importanti, oltre tutto, sul terreno dell'organizzazione e della sempre più esigua base associativa. Con la segreteria di Amir Peretz, l'Histadrut ha fatto qualche passo a favore dei lavoratori palestinesi transfrontalieri, in prevalenza braccianti e carpentieri, impiegati all'interno di Israele. Un paio di intese di cooperazione, nel marzo 1995 e nel febbraio 1997, sono state a riguardo raggiunte col sindacato palestinese (PGFTU) (47). Sponsorizzate dalla Cisl Internazionale, tali intese hanno fatto molta fatica a divenire operative, specialmente nella striscia di Gaza, dove più duro è stato lo scontro tra le formazioni palestinesi e le forze israeliane di occupazione. Appositi uffici legali seguono, per l'Histadrut, la tutela dei lavoratori transfrontalieri, specie nell'assicurazione sociale per le giornate di lavoro perse a causa della chiusura dei territori. Le denunce più frequenti riguardano la violazione del minimo salariale (in Israele previsto per legge), con discriminazioni che, a parità di lavoro, abbattono il salario dei palestinesi fino al 40%. Quegli accordi hanno anche previsto il trasferimento al PGFTU della metà delle quote sindacali versate dai lavoratori transfrontalieri all'Histadrut. Il sindacato palestinese lamenta da un po' di tempo l'interruzione dei trasferimenti promessi. Il grave deterioramento dei rapporti israelo-palestinesi, con la seconda intifada, ha prodotto ripercussioni anche sul terreno dei rapporti intersindacali fra le due comunità (48).

Evidentemente non basta, non può bastare a rendere meno avvilente la loro condizione umana oltre che lavorativa. Al di là delle relazioni industriali, l'Histadrut dovrà da questo punto di vista politico, mostrare un più deciso impegno a favore dei negoziati di pace coi palestinesi

Dal punto di vista strettamente sindacale il problema maggiore, d'ora in poi, sarà quello di arrestare gli altri fattori di crisi che pure hanno concorso alla gravissima crisi che ha investito l'Histadrut. Al di là della fatale riforma del sistema sanitario. Occorrerà anzi evitare che essa divenga un alibi per spiegare la propria incapacità o impossibilità di arrestare un declino generato su più fronti. Emancipato dalle vecchie culture e pratiche organicistiche e statualistiche della fase pionieristica del sionismo, il sindacato israeliano potrà d'ora in poi rivolgersi e concentrarsi sull'autonomia e la dialettica del suo ruolo sociale e politico. Di sicuro non potrà mai più tornare sui livelli associativi di un tempo. Ma non è nemmeno detto che il nuovo status dell'Histadrut - più autenticamente sindacale - rappresenti necessariamente una sciagura. Anzi, quello che si è perso in quantità può forse recuperarsi in una migliore qualità dell'essere e del fare sindacato.

Roma, 17 maggio 2004


Note

*. Dottore di ricerca. IRES Nazionale; s.leonardi@ires.it.

1. Dal 1994 "New Histadrut"

2. Letteralmente sarebbe il ramo "tedesco" della diaspora ebraica, divenuto nei secoli il riferimento più ampio di tutte le comunità presenti nell'Europa centro-orientale: Lituania, Polonia, Galizia austriaca, Bucovina, Romania, Ungheria. Agli inizi del XX secolo la metà della popolazione ebraica mondiale, più di 5 milioni, viveva nei confini dell'impero zarista, nelle cui regioni occidentali gli ebrei arrivavano a costituire fra il 10 e il 25% della popolazione. Per farsi un'idea, si pensi che a Vilnus - detta anche "la Gerusalemme del Nord" - vi erano un'ottantina di sinagoghe e scuole talmudiche. Gli ashkenaziti hanno sviluppato e parlano fra loro la lingua yiddish; un dialetto tedesco di origine medievale. Si distinguono dai sefarditi o "spagnoli", provenienti dalle comunità del Mediterraneo occidentale e del Maghreb. Entrambe le correnti hanno prodotto una ricca cultura artistica, letteraria e musicale. Gli ebrei sefarditi riuniscono elementi tradizionali raccolti lungo le loro peregrinazioni e parlano una variante ebraico ladina del castigliano.

3. Si tratta delle c.d. 'Aliah, letteralmente "salite", ma che stanno a significare la migrazione, il ritorno dalla diaspora verso Israele. Si è soliti distinguere fra una Prima 'Aliah, 1882-1902; una Seconda 'Aliah, 1904-1914; una terza 'Aliah, 1919-1923; una quarta, 1924-1928; una quinta - tedesca - fra il 1932 e il 1939, etc., sino alle ultime, nel corso dell'ultimo decennio del Novecento, legate agli arrivi dall'ex Unione Sovietica.

4. Tipici villaggi ebraici dell'Europa centro-orientale, spazzati via dalla furia nazista durante la seconda guerra mondiale.

5. Tra le due guerre la popolazione ebraica in Palestina raggiunge la quota dei 340.000 abitanti. Alla fine del 1947, alla vigilia dell'indipendenza, la popolazione ebraica nella regione aveva raggiunto quota 600.000.

6. Sull'argomento suggeriamo, fra i tanti, N. Weinstock, Storia del sionismo, Salmonà&Savelli, 1970-75, 2 vol.; P. Merhav, Storia del movimento operaio in Israele: 1905-1970; La Nuova Italia, 1974; A. Moscato (a cura di), Sionismo e questione ebraica.. Storia e attualità, Roma Sapere 2000, 1983.

7. VI Congresso del Bund, 1905; in Ber Borochov, Class struggle and the Jewish Nation: selected essays in Marxist Zionism, a cura di M. Cohen, Transaction Books, 1984.

8. Sulla questione ebraica il VI Congresso del Bund formula i seguenti obiettivi: 1) piena uguaglianza civile e politica per gli ebrei; 2) possibilità garantita dalla legge alla popolazione ebraica di impiegare la sua lingua madre nei rapporti coi tribunali, le istituzioni dello stato e le amministrazioni governative, le autonomie locali e regionali; 3) l'autonomia culturale nazionale; v. H. Minczeles, Histoire générale du Bund, un mouvement révolutionaire juif, Denoël, 1999.

9. Nota la critica, feroce e discutibile per gli accostamenti, che nella Questione Ebraica (1843) Marx muove al giudaismo. Rispondendo a Bruno Bauer, che aveva teorizzato l'emancipazione degli ebrei come emancipazione dalla religione, Marx rincara la dose e dopo aver identificato il giudaismo col denaro e l'egoismo, elabora da un lato la sua critica della teoria borghese dei diritti dell'uomo e dall'altro la tesi secondo la quale: "L'emancipazione sociale dell'ebreo è l'emancipazione della società dal giudaismo".

10. Sul rapporto fra marxismo, questione ebraica e nascita di Israele, v. A. Léon, La conception materialiste de la question juive (1942), Ed. de l'Aaargh, 2003; U. Avineri, Israele senza sionisti, Laterza, 1970; E. Traverso, Les marxistes et la question juive, Ed. Kimé, 1998.

11. Sull'argomento suggeriamo J. Fraenkel, Gli ebrei russi fra socialismo e nazionalismo, Einaudi, 1990 e E. Carr, La rivoluzione bolscevica (1917-1923), Einaudi, 1971.

12. Nel biennio rivoluzionario 1918-20 saranno più di 1.500 i pogrom antisemiti scatenati dall'esercito bianco in Ucraina e Polonia, con oltre 100.000 morti. A dimostrazione di quanto pervicace fosse l'atteggiamento anti-semita delle popolazioni slave di quei tempi, anche nel campo rivoluzionario, Enzo Traverso ricorda come Trotsky in persona dovette provvedere alla punizione di tre reggimenti dell'Armata Rossa, accusati di avere organizzato dei pogrom, cercando in tutti i modi d'impedire che simili episodi si ripetessero in futuro (op. cit.).

13. Ad esempio la Jewish Socialist Society, costituita in America nel 1912, sui principi e gli obiettivi del riformismo socialdemocratico.

14. L'altra gamba dell'espansionismo ebraico nella regione è rappresentata dall'Haganah, l'organizzazione militare di difesa, nata nello stesso periodo a sostegno degli insediamenti colonici e per l'organizzazione dell'immigrazione clandestina. I membri dell'Haganah sono volontari, uomini e donne, lavorano nei kibbutz e militano nell'Histadrut. Armati, proteggono gli insediamenti ebraici dalle incursioni arabe, sempre più insistenti via via che la presenza dei coloni diviene più massiccia e pervasiva, nel corso degli anni '30. Le più violente si registrano nel 1929, quando l'intera popolazione ebraica di Hebron viene trucidata, e poi di nuovo nel 1936, quando la guerriglia degli irregolari arabi contro case e villaggi colonici diviene più sistematica e organizzata. Alla fine del primo conflitto arabo-israeliano (1947-49), l'Haganah, forte di 80.000 membri, diviene il nucleo del nuovo esercito israeliano (Tsahl). Una decisione di Ben Gurion, che decreta lo scioglimento delle formazioni terroristiche e di estrema destra dell'Irgun e del Lehi, responsabili di gravi attentati e omicidi, come quello del Ministro inglese per il Medioriente Moyne, l'esplosione di un intero ramo dell'Hotel King David, con oltre 80 morti, l'assassinio dell'incaricato delle Nazioni Unite, il Conte svedese Folke Bernadotte, l'eccidio di 250 civili nel villaggio arabo di Der Yassin. Sul conflitto arabo-israeliano vedi, fra i tanti, M. Rodinson, Israele e il rifiuto arabo: settantacinque anni di storia, Einaudi, 1979; B. Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo sionista 1881-2001, Milano, Rizzoli, 2002.

15. R. Chermesh, A State within a State. Industrial relations in Israel: 1965-1987, Greenwood Press, 1989.

16. In quegli stessi anni, Ben-Yahoudah ha intrapreso il titanico sforzo di rifondare la lingua ebraica, da secoli congelata nei soli testi sacri e soppiantata dall'uso corrente dell'Yiddish fra gli askhnaziti e dal ladino ed altri dialetti fra i sefarditi.

17. Sulla figura di Hess, ma anche su quella di Ben-Yahoudah e di altri importanti padri del sionismo, v. B. Litvinoff, La lunga strada per Gerusalemme: 1789-1948, Net (1969), 2000.

18. Partito dei lavoratori di Eretz Yisra'el, nato nel 1930 dalla fusione dei due maggiori tronconi politici del sionismo operaio (Ahud Haavoda e Hapoel Hatzair), divenuto - nel 1968 - Partito laburista (Haavoda).

19. Anti-sionisti e filo-sovietici i primi, non raccoglieranno mai più del 2% nei congressi dell'Histadrut. Ben più influente il Mapam, (Partito Operaio Unificato), nato nel 1948 da una scissioni di sinistra del Mapai e a lungo seconda forza dietro il Mapai. Dopo il '69, per pochi anni, sua alleata nel governo frontista del paese. Dopo una infinità di micro scissioni e fusioni, l'ultima lo scorso anno col partito socialdemocratico di Beilin (il padre del recente processo di Ginevra), ha preso l'attuale nome di Yachad (Insieme).

20. Negli anni '40 e 50 i lavoratori arabi si organizzano nell'Unione Operaia Araba Palestinese, sponsorizzata dal Mufti di Gerusalemme, e nel Congresso degli Operai Arabi (1945-59), una confederazione sindacale di ispirazione comunista. Entrambe le organizzazioni si scioglieranno agli inizi degli anni '60, quando l'Histadrut aprirà le sue fila anche ai lavoratori arabi.

21. La questione ebraica e lo stato socialista ebraico (1898). Sul ruolo di questo pensatore all'interno del movimento sionista, v. J. Fraenkel, cit.

22. Per questa formazione: "Nessun socialismo e nessuna liberazione sono possibili senza lotta di classe (..). E' soltanto una pericolosa utopia pensare che la Palestina possa essere diversa da tutti gli altri paesi e che in essa possa sorgere una specie di colonizzazione libera da elementi capitalistici"; B. Borochov, Il socialismo del Paole Zion, in Merhav, op. cit.; p. 68.

23. Op. cit.; p. 191

24. Ai fini della realizzazione sionista, il partito dell'Hapoel Hatzair, co-fondatore dell'Histadrut e del Mapai (futuro partito laburista) attribuiva importanza solo ai lavoratori dei campi. Scrive Sternhell: "Al posto dell'individualismo borghese, il socialismo nazionalista presentava l'alternativa dello spirito di gruppo e di fratellanza; al posto dell'artificialità e della degenerazione della grande città promuoveva la naturalezza e la semplicità del villaggio. Incoraggiava l'amore verso la terra natia e il suo paesaggio. Questi valori divennero il fondamentale patrimonio spirituale del movimento laburista"; Nascita di Israele.. Miti, storia, contraddizioni. Baldini&Castaldi, 1999; p. 53

25. R. Chermash, op. cit.

26. P. Merhav, op. cit.; p. 39.

27. "Il mantenimento del consenso interno e l'obbedienza alle istituzioni esistenti erano considerate le uniche condizione sine qua non. (..). All'interno dell'Histadrut - prosegue Sternhell - nacquero dunque una peculiare sfumatura di conformismo, una quotidiana pressione sociale, un'autoritarismo e una sensibilità nei confronti dei bisogni di tutti i membri dell'organizzazione"; op. cit; p. 252

28. Ibidem; p. 108

29. Nella prefazione di quella sorta di Buddenbrook della letteratura ebraica che sono I fratelli Ashkenazi di Israel Singer, Claudio Magris annota: "Forse non è un caso che la grande critica conservatrice rivolta da destra nei confronti della società industriale annovera, tra i suoi critici più tipici e radicali, rappresentanti, intellettuali e scrittori d'origine israelita: sono uomini come Kraus, Friedell, Boroch o Roth (..) a lanciare un grido d'accusa contro il disordine dei valori, contro la manipolazione commerciale del mito, contro la disgregazione di una gerarchia unitaria edarmoniosa di tutti gli elementi dell'esistenza, contro la frantumazione delle "qualità" del borghese europeo, ormai soltanto settoriali e non umane". Una visione "apocalittica che vede l'éra tecnologica come una fine del mondo" e che si esprime nella critica mossa alla società capitalistica, da un'angolazione opposta, e s'affianca per esempio ad Adorno nel denunciare l'irrazionalità della totalità del mondo industriale, nel quale la razionalità dei singoli particolari viene esasperata a spese di un globale principio unificatore"; Una parabola ebraica della decadenza borghese, prefazione a I. Singer (1970), op. cit., Longanesi, 2004; p. II.

30. Si stima che alla vigilia delle purghe staliniane, sino alla metà anni '30, non meno del 10% dei quadri dello Stato e del partito bolscevico fossero ebrei. Percentuale che saliva sino al 20-30% in Ucraina e Bielorussia. E ciò a fronte di una popolazione che non arrivava all'1%; E. Traverso, op. cit.; v. anche M. Lewin, Storia sociale dello stalinismo, Einaudi, 1985. Erano ebrei dirigenti del calibro di Trockij (all'anagrafe Laibele Bronstein), Kamenev (Lev Rosenfeld), Zinovev (Lev Radomlyskij), Vera Zasulic, Eugenj Probrazhensky, Jakov Sverdlov (primo Presidente dell'URSS), Maksim Litvinonv (Meir Wallach), Karl Radek (Sobelshon), Lev Mechlis (segretario di Stalin), Enoch Gersenovic Jagoda, capo della famigerata polizia politica CEKA, poi OGPU, e della NKVD, Lazar Kaganovic (Moiseevic Lazar), persecutore stalinista e antisemita fra i più spietati del regime.

31. Rispettivamente l'Unità dei lavoratori e Il giovane lavoratore.

32. Rispettivamente, l'Operaio di Sion, il Guardiano, il Reggimento.

33. R. Chermash, A State within a State, cit.; p. 239.

34. Enormi quelle del Tenuva, legate all'agro-industria

35. v. R. Chermash, op. cit.

36. R. Nathanson, G. Zisser, Union responses to a changing environment: the New Histadrut, ILO Geneve, 1999

37. Costituito a Parigi, nel '25, intorno al nucleo dell'organizzazione giovanile sionista Betar, il movimento revisionista si batterà violentemente contro il mandato britannico nella regione, propugnando un modello di Stato autoritario e corporativo, apertamente ispirato al fascismo mussoliniano. Avversario strenuo sia dell'Histadrut che dell'Haganah, proverà a contrapporvi una propria Federazione Nazionale del Lavoro, e milizie di irregolari. Al suo "revisionismo" si ispirano apertamente i raggruppamenti dell'estrema destra dell'Irgun e del Lehi, della famigerata banda Stern, formazioni paramilitari che fra il 1937 e il 1948 praticheranno la lotta armata e terroristica contro l'autorità mandataria britannica, le delegazioni delle Nazioni Unite, i civili arabi durante la guerra del 1947-49. Sono le organizzazioni in cui militano due giovani destinati a divenire i futuri capo della destra politica (prima come Herut poi come Likud) e di governo: Menahem Begin e Yitzak Shamir. Nel 1977 infatti, con una shockante virata nella vita politica israeliana, i revisionisti del Likud eredi di Jabotinski e della banda Stern, vincono le elezioni e per la prima volta mandano i laburisti e i loro alleati di centro-sinistra all'opposizione.

38. Nato nel 1952 a Bougade ed emigrato in Israele all'età di 4 anni, è il secondo segretario generale dell'Histadrut a non essere di origini askhenazite. Fra i suoi predecessori, Israel Kessar era yemenita.

39. Secondo dati di fonte ILO (Il lavoro nel mondo, Ginevra,1998), fra il 1985 ed il 1996, la sindacalizzazione sarebbe diminuita del 19,2% in Austria, del 37,2% in Francia, del 17,6% in Germania, del 33,8% in Grecia, del 27,7% in Regno Unito, del 50% in Portogallo e ancora, del 42% in Argentina, del 16% in Giappone, del 21% negli Stati Uniti. "Solo" una flessione del 7,4% per i sindacati italiani. A questo significativo blocco di paesi deve poi aggiungersi, sempre secondo i dati ILO, il tracollo nella maggior parte dei paesi dell'ex area di influenza sovietica. Vantano un saldo positivo, con tassi considerevolmente superiori alla media europea, il Belgio e soprattutto i paesi scandinavi. Si tratta di realtà accomunate dal cosiddetto "sistema Ghent", in base al quale sono le organizzazioni sindacali a gestire l'assicurazione contro la disoccupazione finanziato pubblicamente. Come è stato rilevato, questo modello non solo fornisce al sindacato un potente incentivo selettivo alla membership, ma consente anche di trasformare conseguenze economiche e sociali negative come la disoccupazione, in vantaggi organizzativi per il sindacato. Su questi temi ci permettiamo di rinviare al nostro Lavoro, sindacato e classi sociali, su "Riv. giur. lav." n. 2/2001 (ora sul sito IRES, relazioni industriali/pubblicazioni).

40. O. Carmi, Israel, in R. Blanpain (edited by), "Non-Standard Work and Industrial Relations", Bulletin of Comparative Labour Relations, Klewer, no. 35/1999.

41. Si tratta di un sistema di assicurazione in caso di perdita del lavoro, attraverso fondi gestiti dai sindacati e finanziati pubblicamente. Prende il nome di Ghent (o Gand) dal nome della cittadina fiamminga in cui, nel lontano 1901, vide la luce per la prima volta. Oggi rimane in uso in quattro paesi europei - Belgio, Danimarca, Svezia e Finalndia - nei quali, non a caso, il tasso di sindacalizzazione è di gran lunga il più alto fra i paesi industrializzati; v. B. Ebbinghaus, J. Visser, The societies of Europe. Trade Unions in Western Europe since 1945; Macmillan, 2000; A. Kjellberg, The Multitude of Challenges Facing Swedish Trade Unions in J. Waddington, R. Hoffman (eds), "Trade Unions in Europe: Facing Challenges and Searching For Solutions", ETUI (European Trade Union Institute), Brussel 2000.

42. B. Western, Between class and market: postwar unionization in the capitalist democracies; Princeton Univ. Press; 1997. Studi finlandesi hanno stimano in non meno del 10% l'effetto di perdita che si verificherebbe sul terreno della sindacalizzazione qualora il sindacato perdesse ogni controllo sull'assicurazione di disoccupazione. Analoghi studi svedesi nella prima metà degli anni '90 valutavano la differenza nell'ordine del 25%. Oggi constatiamo lo scarto che esiste fra la sindacalizzazione media dei paesi scandinavi col Ghent e la Norvegia che invece non lo ha: una distanza compresa fra i venti e i trenta punti percentuali in meno. Stesso discorso se si vuole paragonare il dato belga, in cui vige il Ghent, con quello della vicina Olanda o ancor più con la per molti versi affine Francia, che ne sono entrambi privi.

43. Si calcola che nel decennio compreso fra il 1990 ed il 2000 giungono in Israele, dai territori dell'ex Unione Sovietica, oltre 860.000 immigrati. Un numero enorme se paragonato ai 6 milioni di abitanti residenti nel paese. E' stato notato che è come se in Italia arrivassero 8 milioni di "oriundi" con il diritto di voto e a carico del nostro fisco W. Goldkron, Cinque tribù per quattro Israele, su "Limes - La Terra Stretta", n. 1/2001

44. Si tratta dei discendenti di quei 150.000 arabi che a seguito della sconfitta del primo conflitto arabo-israelinao del 1947-49, non abbandonarono le loro case, scegliendo di restare all'interno dei confini occupati durante la controffensiva ebraica. Da allora sono considerati parte integrante dello Stato ebraico.

45. Studio dell'Istituto Brookdale, citato in J. Algazy, Questi israeliani che hanno fame, in "Le Monde Diplomatique", ott. 2003

46. Il dato è del settembre 2000, prima dell'inizio della seconda intifada; il 55% era fornito di permesso regolare laddove il rimanente 45% era composto di clandestini.

47. Nato ai primi anni '80 nei territori occupati, ha rimpiazzato la vecchia organizzazione sindacale palestinese, organizzata a Tunisi dall'OLP negli anni '70.

48. In una recente intervista rilasciata a "Rassegna Sindacale" (aprile 2004), Efrhaim Zilony, responsabile nazionale dell'Histadrut per gli affari economici e sociali, ha commentato: "Abbiamo firmato un accordo e abbiamo mostrato buona volontà. In nessun paese in Europa, neppure in Italia, se sei immigrato - poniamo dal Marocco - versi le quote al sindacato marocchino. Non esistono obblighi del genere, né leggi. È stato solo un segno di buona volontà. D'altronde se noi dell'Histadrut abbiamo a che fare con i lavoratori arabi in Israele, siamo noi i rappresentanti che assicurano loro i diritti: non a Gaza o in Cisgiordania, ma in Israele; siamo noi che assicuriamo eguali diritti e salari in Israele, perché altrimenti sul lungo periodo sarebbero colpiti anche i lavoratori israeliani". Argomentazioni non certo prive di efficacia e che tuttavia inducono ad almeno due ordini di considerazioni; la prima - cruciale - è che il Marocco (per restare all'esempio di Zilony) non è da quasi 40 anni sotto occupazione militare italiana; la seconda è che la parità dei diritti e dei salari è tutt'altro che assicurata ai cittadini e alle cittadine d'Israele, e meno che mai ai lavoratori transfrontalieri palestinesi.