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I (2005), 1 Quando il sindacato si fece stato:
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| 1981 | 1985 | 1989 | 1994 | 1998 | |
| Aventi diritto al voto nei congressi (V.A.) | 1.471.846 | 1.494.717 | 1.446.838 | 1.573.174 | 627.405 |
| % della popolazione (18+) | 61 | 58 | 51 | 47 | n.p. |
| % degli occupati | n.p. | n.p. | n.p. | 52 | 29 |
Fonte: R. Nathanson, G. Zisser.
Nel 1994, l'ultimo anno di grazia prima che fosse abrogato per legge il controllo sindacale sull'assistenza sanitaria, gli iscritti ad Histadrut rappresentavano l'88% del totale di quanti ad esso pagavano una qualche forma di contributo. Di tutti gli iscritti solo una parte minoritaria aveva preso la tessera sindacale attraverso i tradizionali canali legati alla rappresentanza collettiva e negoziale nei luoghi di lavoro. L'entità esatta di questo nucleo che possiamo definire autenticamente sindacale emergerà con sconvolgente chiarezza dopo l'estromissione di Histadrut dall'assistenza sanitaria. Si passa allora, in soli quattro anni, dal 47% della popolazione maggiorenne nel 1994, al 29% di quella lavorativa del 1998. Ancora nel 1994, prima del tracollo, gli iscritti al sindacato fra i lavoratori erano stimati nel 52% del totale della popolazione lavorativa.
Le percentuali più alte si raggiungono nei comparti dell'elettricità e delle risorse idriche (91%), nel pubblico impiego (70,4%), nei trasporti e nelle comunicazioni (60,7%); i livelli più bassi di sindacalizzazione riguardano invece le costruzioni (12,6%), il commercio, il turismo e la ristorazione (21%).
Oggi gli iscritti ad Histadrut sono 650.000, poco meno del 30% circa dei lavoratori dipendenti attivi, il 25% dei quali appartenenti al settore privato e il 50% ai settori pubblici. Si tratta di una cifra inferiore alla metà del totale degli iscritti dichiarati agli inizi degli anni '80, con qualche leggero e incoraggiante segnale di ripresa negli ultimissimi anni.
Histadrut non è solo il movimento che ha creato le infrastrutture economiche e istituzionali su cui è stato successivamente edificato lo Stato ebraico, ma è stato e rimane un soggetto politico di primaria grandezza anche dopo il 1948. Un autentico cardine dell'establishment, laburista e ashkenazita, che per oltre settant'anni ha dominato la politica israeliana. Il suo potere è stato enorme, orientando ampie fasce dell'elettorato e condizionando le leadership e le politiche del partito laburista al governo. Per anni, per decenni, i segretari generali della federazione del lavoro - uomini come Ahron Becker, Yitzhac Ben-Arhon, Yeruham Meshel, Israel Kessar - sono stati considerati gli uomini politici più potenti d'Israele ed è sintomatico che l'edificio dove ha sede il quartier generale di Histradut, a Tel Aviv, venga comunemente indicato con l'ironico appellativo di "Cremlino".
Per la vastità della sua base associativa di riferimento, l'Histadrut riconosce al suo interno un articolato pluralismo su base politica di partito. Le elezioni ai suoi Congressi, tenute generalmente ogni quattro anni, costituiscono una prova politica generale per tutti i partiti israeliani, alla stregua del voto per la Knesset e per le municipali. Fra le varie correnti interne, quella legata al Partito Laburista (Haavoda, ex Mapai) è stata per oltre settanta anni maggioritaria. Sempre al di sopra del 50%. In alleanza con la corrente del Mapam (oggi Yachad), la sinistra operaia del Histadrut poteva raccogliere, nei primi anni '70, il 60% di delegati e posti di comando.
Le principali roccaforti sono da sempre costituite dal vasto settore cooperativo e del pubblico impiego. Alle elezioni per il Congresso del 1994 avviene il crollo: i laburisti smottano al 32,6%, con una erosione del consenso a vantaggio delle correnti, sia di sinistra che di destra. Queste ultime avevano ottenuto il diritto di entrare a far parte dell'Histadrut durante la seconda metà degli anni '60. Ai liberali si erano alleati, in una coalizione bianco-blu, i militanti dell'estrema destra dell'Herut, oggi Likud, erede del revisionismo aggressivo e fascistoide del carismatico leader ucraino Zeev Jabotinsky (1880-1940) (37). Il blocco Likud-liberali (Gahal) diviene, a partire dalla metà degli anni '70, la seconda forza politica interna all'Histadrut. I consensi maggiori li raccoglie nel settore privato dell'economia.
Se il 1977 - con la prima volta al governo, da sola, della destra di Beghin e Shamir - costituisce il principale tornante della vita politica israeliana, il 1994 lo è per la vita della potente centrale sindacale del paese.
Artefice di questa svolta è senza dubbio Chaim Ramon, il giovane dirigente laburista che sui temi sindacali aveva appena rotto col Premier Rabin di cui, sino al febbraio di quell'anno, era stato Ministro della sanità. I capi laburisti e dell'Histadrut avevano infatti sbarrato la strada al suo progetto di legge per l'abrogazione del controllo sindacale sul fondo di assistenza sanitaria e la sua nazionalizzazione. Sconfitto nel governo e nel partito, Ramon si lancia alla conquista del sindacato e vince. In poche settimane - insieme ad Amir Peretz, altro laburista dissidente - forma una propria corrente e contro il candidato ufficiale del Labour (Abrham Abarefeld) ottiene il 46% dei consensi, vincendo il congresso di Histadrut. Subentra al vecchio leader laburista Israel Kessar. La guida del sindacato passa per la prima volta nella storia ad un rassemblement politicamente composito e post-ideologico, chiamato Ram. La sua piattaforma prevede maggiore trasparenza nella vita degli apparati sindacali, il rientro dei enormi debiti di gestione del welfare sindacale, la vendita della maggior parte delle aziende agricole e industriali e delle banche di proprietà sindacale, la chiusura del quotidiano Davar, e soprattutto - come non gli era riuscito di ottenere in seno al governo di cui era ministro - la fine della gestione sindacale del fondo assicurativo malattie. Una linea che incontra la resistenza dei settori più tradizionalisti del Labour e del sindacato, laddove le correnti a destra e a sinistra del partito laburista in seno ad Histadrut si coalizzano intorno alla necessità di rifondare il sindacalismo israeliano, restituendo Histadrut alle naturali funzioni di un corpo intermedio che nella dialettica sociale con l'impresa rappresenta e organizza il lavoro dipendente.
La nuova maggioranza intende imprimere una discontinuità radicale con la storia di Histadrut. Per dare un segno alla svolta si decide innanzitutto il cambiamento del nome in New Histadrut. Alla stessa stregua si mutano i nomi di tutti gli organismi dirigenti, nonché la loro composizione numerica e i criteri di nomina. Viene raddoppiato il numero dei partecipanti alla Convenzione generale (l'equivalente di un Congresso nazionale) - da 1501 a 3001 - e dotato quest'ultimo del potere di eleggere direttamente il Segretario generale, la cui designazione era stata in passato decisa dal Comitato esecutivo centrale.
Nel novembre 1995, dopo l'assassinio di Rabin, Ramon accetta di tornare nuovamente nel partito laburista e al Governo, come Ministro degli Interni nel gabinetto di transizione guidato da Shimon Peres. Quando lascia la guida dell'Histadrut all'attuale Segretario Amir Peretz, Ramon è già divenuto uno dei leader più popolari della sinistra israeliana e contende a Ehud Barak, perdendo, la successione alla guida del partito. Il "marocchino" Peretz (38), dal canto suo, diviene il maggiore interprete della linea riformista inaugurata dal suo predecessore e procede con lo snellimento organizzativo della Confederazione. Malgrado i forti contraccolpi sulla membership, la base resta coi riformatori. Fuori dal Labour ma questa volta di intesa con esso, Peretz raccoglie nel 1998 un plebiscito personale, qualcosa come il 78% dei voti al Congresso. In occasione dell'ultimo, svolto nel maggio del 2002, la sua corrente - pur restando ampiamente maggioritaria - ha subito una consistente flessione, attestandosi a livello del 62,2%.
Il sistema sindacale israeliano, come del resto molti altri nel mondo occidentale, non prevede alcuna incompatibilità fra il ricoprire alte cariche in seno all'organizzazione e la candidatura ai vertici di un partito politico e all'elezione in Parlamento. Come tutti i suoi predecessori, l'attuale Segretario dell'Histadrut è membro della Knesset, dove si è fatto eleggere fra le fila della sua piccola formazione politica, denominata Am Ehad, che detiene 3 dei 120 seggi che compongono il Parlamento israeliano.
A metà degli anni '90 - nel terremoto demografico, sociale e politico che investe Israele - maturano dunque le condizioni per uno dei tracolli associativi più clamorosi nella storia del sindacalismo internazionale. In uno suo studio comparativo del 1998 sulla sindacalizzazione nel mondo, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) stimava in un 77% circa la perdita di iscritti al sindacato israeliano fra il 1985 ed il 1996 (39). Un dato orientativo, una stima approssimativa ma ritenuta realistica, visto che fino al 1994 il tasso di sindacalizzazione risultava difficilmente estrapolabile secondo i consueti criteri di calcolo (percentuale degli iscritti sul totale della sola popolazione lavorativa dipendente attiva).
In nessun paese al mondo vi è stato uno smottamento di queste proporzioni. Nemmeno nei sindacati dei paesi che in quello stesso arco di tempo conoscono la caduta dei sistemi del socialismo reale e, con essa, la fine di ogni coazione monopolistica in favore dei sindacati di regime (40). E in effetti non sono poche le analogie che avvicinano - pur nella diversità sostanziale dei rispettivi regimi politici - l'esperienza del sindacalismo israeliano a quello dell'ex blocco socialista. Solo nelle tre repubbliche baltiche, e segnatamente in Estonia (- 71%), ci si avvicina al dato israeliano.
Le proporzioni dello smottamento dell'Histadrut non sono nemmeno quelli stimati dagli studiosi scandinavi nell'eventuale ipotesi di un'abrogazione del sistema Ghent vigente in quei paesi, dove il sindacato gestisce i fondi contro la disoccupazione (41). Un valore aggiunto che gli studiosi hanno stimato nell'ordine di 15-20 punti percentuali (42). Una cifra tutt'altro che irrisoria ma di sicuro assai inferiore a quel 77%, che è un'obiettiva enormità.
Immaginava Ramon una ricaduta tanto drammatica della sua pur condivisibile battaglia in seno alla sinistra israeliana? Come abbiamo visto, era stato proprio lui a stigmatizzare la patologica ipertrofia funzionale assunta dal sindacato israeliano nelle sue poliedriche vesti di proprietario di industrie, kibbutz e banche, erogatore di assistenza sociale e sanitaria, tutore degli interessi dei lavoratori dei rapporti di produzione. Una sorta di declinazione in salsa kosher del noto slogan cofferatiano "a ciascuno il suo mestiere". Era possibile pagare un prezzo meno devastante allo snellimento dell'elefantiaco apparato burocratico e parastatale dell'Histadrut? E' tutta colpa di quella riforma o c'è stato anche dell'altro? In Israele se lo chiedono ancora in molti fra quanti, nel sindacato e nel partito laburista, rievocano - non senza nostalgia - gli anni in cui Histadrut era un autentico colosso del sistema sociale e politico del paese.
In un quadro internazionale in larga parte segnato da tendenze anche molto marcate al declino sindacale, il dato israeliano spicca su tutti per via: a) della sua entità; b) del sua repentinità; c) del suo non essere determinato da un cambiamento radicale dell'ordinamento politico.
Si è già detto dell'entità del calo stimato dall'ILO: - 77%. Il calcolo effettuato dall'ILO si riferisce ad un intero decennio, quello fra il 1985 ed il 1996. Un arco di tempo già relativamente contenuto se commisurato ad una perdita del 77% di iscritti. In realtà sappiamo che quell'esito si è determinato in uno spazio temporale ancora più ridotto. Se è infatti vero che una significativa tendenza alla contrazione era già in atto da qualche decennio, possiamo con certezza affermare che essa precipita proprio nell'ultimissima fase del periodo rilevato dall'ILO.
Le cause di questa caduta non dipendono, come in altri paesi, dal cambio di regime politico. Vi è stato indubbiamente un secco ridimensionamento istituzionale e ciò è un fatto. Ma tale ridimensionamento è il frutto maturo di una duplice tendenza, a) quella storica e di lunga durata che quasi ovunque ha visto trasferire dalle mutue sindacali allo Stato l'amministrazione della sicurezza e dell'assistenza sociale; b) i drastici mutamenti intervenuti di recente nel tessuto profondo della società israeliana. Spiegazioni che attengono alle peculiarità antiche e recenti di quel paese e che sono questa volta improponibli nella comparazione con altre realtà nazionali. Solo in Israele si è infatti verificato - nell'arco di un decennio o poco più (e proprio quello che qui stiamo trattando) - un terremoto socio-demografico di portata tanto vasta. Ci limitiamo qui solo a suggerire i titoli degli eventi che hanno letteralmente terremotato la società israeliana a cominciare dall'arrivo di un quinto circa della popolazione dai paesi dell'ex Unione Sovietica (43), sradicato e generalmente poco incline a riconoscersi nelle organizzazioni sociali e politiche della sinistra. Decenni di politica formalmente egualitaria - ad opere delle forze politiche e sociali del laburismo - non sembrano avere inciso troppo sulla complessa piramide sociale dello Stato di Israele. Vecchie e nuove discriminazioni sociali si sono intersecate con la complessa composizione etnico-religiosa del paese. La vasta comunità sefardita, che costituisce oggi il 54% della popolazione ebraica di Israele ha dato in questi anni un forte segno politico al risentimento nutrito durante le decennali discriminazioni subite ad opera dell'establishment ashkenazita e laburista del paese. La vittoria politica della destra e dei partiti ultra-ortodossi è un riflesso, chiaro e documentato, dei comportamenti elettorali di questo segmento della società. A un gradino ancora più basso della gerarchia sociale si collocano da sempre cittadini arabo-israeliani (44), un milione di persone condannate di fatto all'emarginazione ed ora al sospetto terroristico da parte delle istituzioni e del resto della popolazione. L'estenuante conflitto nei territori occupati ha prodotto una gravissima crisi economica anche in Israele. Pil, produzione industriale e consumi privati sono ormai in grave caduta, mentre gli stanziamenti per i coloni e la difesa assorbono quote enormi della spesa pubblica. Nel 2003 la disoccupazione è salita a quote 11,2%, i salari hanno perso potere d'acquisto e il numero degli indigenti, specie fra gli anziani, è salito in modo preoccupante. Alcuni studi hanno stimato nel 22% del totale le famiglie che soffrono oggi di "insicurezza nutrizionale" (45). Le risposte del Likud sono state quelle della privatizzazione di vasti settori dell'economia pubblica e del vecchio welfare state laburista, col corollario della precarizzazione dei rapporti di lavoro e la riduzione della copertura dei contratti collettivi.
Tutto ciò ha modificato radicalmente le condizioni strutturali, oltre che le culture politiche, dominanti nella lunga stagione novecentesca in cui l'Histadrut aveva contribuito a fondare e consolidare lo Stato di Israele.
A ciò va' evidentemente aggiunto il maggiore fattore di precipitazione della crisi: la fine di quel particolare modello di gestione del welfare che al sindacato attribuiva la prerogativa esclusiva di amministrazione di un istituto cardinale dell'assistenza sociale: l'assicurazione in caso di malattia. Un bene di evidente rilevanza pubblica ed interesse universale. Il venir meno di questa rendita di posizione ha evidentemente privato il sindacato di un formidabile incentivo selettivo alla membership, indicendo a rompere gli indugi fra quanti non si vedevano più sufficientemente rappresentati e tutelati dal parastato sindacale. Esso aveva certamente intorpidito l'autonomia e l'intraprendenza di un sindacato non di rado attanagliato - agli occhi dei propri iscritti - in imbarazzanti conflitti di interesse.
Da questo punto di vista la vicenda dell'Histadrut - della sua storica ascesa e del suo repentino declino - deve indurci a qualche riflessione sulle conseguenze negative che possono in lontananza incombere su un sindacato che ha ecceduto sulla via della propria istituzionalizzazione, ponderandone con equilibrio le sue conseguenze più istruttive per i nostri paesi e per i nostri sindacati.
Il venir meno di alcune confortevoli rendite burocratiche indurrà certamente i militanti e i dirigenti dell'Histadrut a cercare nella rappresentanza sociale e negoziale del mondo del lavoro il principale fondamento della propria legittimazione e del proprio potere. E questa è certamente una sfida carica di nuovi stimoli e nuove opportunità per rifondare il sindacalismo israeliano.
Importanti segnali si colgono sin d'ora, a questo riguardo, nella direzione di un nuovo impegno in favore della contrattazione collettiva, dalla rappresentanza delle donne lavoratrici, del lavoro atipico e della formazione sindacale. Durissime, ad esempio, le reazioni dell'Histadrut alle ultime due leggi finanziarie presentate dal governo Sharon, contro il taglio della spesa sociale a favore dei piani militari in difesa degli insediamenti colonici.
Un elemento cruciale che potrà qualificare il segno organizzativo e democratico del New Histadrut riguarda i lavoratori arabi. Dal '66 sono ammessi in seno alla federazione ma il loro statuto giuridico e sindacale è rimasto a lungo marginale e discriminato rispetto ai colleghi di lavoro di appartenenza ebraica. La loro presenza nei gruppi dirigenti dell'organizzazione è a tutti i livelli minima. La situazione si è ovviamente aggravata negli ultimi anni. Giudicati "minacce potenziali", i lavoratori arabi sono esclusi da interi comparti produttivi, ritenuti cruciali per la sicurezza nazionale. Non solo il settore degli armamenti, ma anche l'industria elettrica - per fare un esempio - è divenuta off limits per questi cittadini dello Stato di Israele. A ciò si devono aggiungere i continui blocchi dell'immigrazione transfrontaliera palestinese. Circa 130.000 lavoratori (46), il cui tradizionale e cruciale apporto nei settori dell'agricoltura e dell'edilizia, è stato progressivamente rimpiazzato da nuovi immigrati, molto precari, provenienti da altre regioni dell'Europa sud-orientale e dall'estremo oriente asiatico. I lavoratori palestinesi transforntalieri sono oggi stimati fra i nove e i dieci mila, a seconda dei giorni, coi continui blocchi ai valichi. Di questi, circa 6.000 sono occupati nell'area industriale di Heretz, considerata area militare dagli israeliani; una sorta di parco industriale considerato zona franca, su territorio palestinese, ma con capitale israeliano.
Le condizioni umane e lavorative in cui versa oggi la popolazione palestinese sono divenute insostenibili. La disoccupazione, a Gaza e nella West Bank, raggiunge picchi del 70 e dell'80%. Percentuali analoghe riguardano le famiglie che vivono in condizioni di forte indigenza. I danni dell'occupazione sull'economia palestinese sono ingenti e stimati dal PGFTU nell'ordine dei sei milioni di dollari al giorno. Quasi 40.000 abitazioni sono state distrutte negli ultimi anni; 200.000 le piante di ulivo estirpate. Ora, con la costruzione del muro, la situazione economica è destinata solo a peggiorare, con nuovi espropri di terreni agricoli e distruzioni di case.
L'Histadrut - che per altro non è mai risuscita a distinguersi per una autonoma visione politica sugli insediamenti dei coloni nei territori occupati nel '67 - dovrà sapersi accreditare, oltre ogni dubbio, come sindacato genuinamente democratico e combattere queste pratiche discriminatorie. Una scelta che potrebbe avere riflessi importanti, oltre tutto, sul terreno dell'organizzazione e della sempre più esigua base associativa. Con la segreteria di Amir Peretz, l'Histadrut ha fatto qualche passo a favore dei lavoratori palestinesi transfrontalieri, in prevalenza braccianti e carpentieri, impiegati all'interno di Israele. Un paio di intese di cooperazione, nel marzo 1995 e nel febbraio 1997, sono state a riguardo raggiunte col sindacato palestinese (PGFTU) (47). Sponsorizzate dalla Cisl Internazionale, tali intese hanno fatto molta fatica a divenire operative, specialmente nella striscia di Gaza, dove più duro è stato lo scontro tra le formazioni palestinesi e le forze israeliane di occupazione. Appositi uffici legali seguono, per l'Histadrut, la tutela dei lavoratori transfrontalieri, specie nell'assicurazione sociale per le giornate di lavoro perse a causa della chiusura dei territori. Le denunce più frequenti riguardano la violazione del minimo salariale (in Israele previsto per legge), con discriminazioni che, a parità di lavoro, abbattono il salario dei palestinesi fino al 40%. Quegli accordi hanno anche previsto il trasferimento al PGFTU della metà delle quote sindacali versate dai lavoratori transfrontalieri all'Histadrut. Il sindacato palestinese lamenta da un po' di tempo l'interruzione dei trasferimenti promessi. Il grave deterioramento dei rapporti israelo-palestinesi, con la seconda intifada, ha prodotto ripercussioni anche sul terreno dei rapporti intersindacali fra le due comunità (48).
Evidentemente non basta, non può bastare a rendere meno avvilente la loro condizione umana oltre che lavorativa. Al di là delle relazioni industriali, l'Histadrut dovrà da questo punto di vista politico, mostrare un più deciso impegno a favore dei negoziati di pace coi palestinesi
Dal punto di vista strettamente sindacale il problema maggiore, d'ora in poi, sarà quello di arrestare gli altri fattori di crisi che pure hanno concorso alla gravissima crisi che ha investito l'Histadrut. Al di là della fatale riforma del sistema sanitario. Occorrerà anzi evitare che essa divenga un alibi per spiegare la propria incapacità o impossibilità di arrestare un declino generato su più fronti. Emancipato dalle vecchie culture e pratiche organicistiche e statualistiche della fase pionieristica del sionismo, il sindacato israeliano potrà d'ora in poi rivolgersi e concentrarsi sull'autonomia e la dialettica del suo ruolo sociale e politico. Di sicuro non potrà mai più tornare sui livelli associativi di un tempo. Ma non è nemmeno detto che il nuovo status dell'Histadrut - più autenticamente sindacale - rappresenti necessariamente una sciagura. Anzi, quello che si è perso in quantità può forse recuperarsi in una migliore qualità dell'essere e del fare sindacato.
Roma, 17 maggio 2004
*. Dottore di ricerca. IRES Nazionale; s.leonardi@ires.it.
1. Dal 1994 "New Histadrut"
2. Letteralmente sarebbe il ramo "tedesco" della diaspora ebraica, divenuto nei secoli il riferimento più ampio di tutte le comunità presenti nell'Europa centro-orientale: Lituania, Polonia, Galizia austriaca, Bucovina, Romania, Ungheria. Agli inizi del XX secolo la metà della popolazione ebraica mondiale, più di 5 milioni, viveva nei confini dell'impero zarista, nelle cui regioni occidentali gli ebrei arrivavano a costituire fra il 10 e il 25% della popolazione. Per farsi un'idea, si pensi che a Vilnus - detta anche "la Gerusalemme del Nord" - vi erano un'ottantina di sinagoghe e scuole talmudiche. Gli ashkenaziti hanno sviluppato e parlano fra loro la lingua yiddish; un dialetto tedesco di origine medievale. Si distinguono dai sefarditi o "spagnoli", provenienti dalle comunità del Mediterraneo occidentale e del Maghreb. Entrambe le correnti hanno prodotto una ricca cultura artistica, letteraria e musicale. Gli ebrei sefarditi riuniscono elementi tradizionali raccolti lungo le loro peregrinazioni e parlano una variante ebraico ladina del castigliano.
3. Si tratta delle c.d. 'Aliah, letteralmente "salite", ma che stanno a significare la migrazione, il ritorno dalla diaspora verso Israele. Si è soliti distinguere fra una Prima 'Aliah, 1882-1902; una Seconda 'Aliah, 1904-1914; una terza 'Aliah, 1919-1923; una quarta, 1924-1928; una quinta - tedesca - fra il 1932 e il 1939, etc., sino alle ultime, nel corso dell'ultimo decennio del Novecento, legate agli arrivi dall'ex Unione Sovietica.
4. Tipici villaggi ebraici dell'Europa centro-orientale, spazzati via dalla furia nazista durante la seconda guerra mondiale.
5. Tra le due guerre la popolazione ebraica in Palestina raggiunge la quota dei 340.000 abitanti. Alla fine del 1947, alla vigilia dell'indipendenza, la popolazione ebraica nella regione aveva raggiunto quota 600.000.
6. Sull'argomento suggeriamo, fra i tanti, N. Weinstock, Storia del sionismo, Salmonà&Savelli, 1970-75, 2 vol.; P. Merhav, Storia del movimento operaio in Israele: 1905-1970; La Nuova Italia, 1974; A. Moscato (a cura di), Sionismo e questione ebraica.. Storia e attualità, Roma Sapere 2000, 1983.
7. VI Congresso del Bund, 1905; in Ber Borochov, Class struggle and the Jewish Nation: selected essays in Marxist Zionism, a cura di M. Cohen, Transaction Books, 1984.
8. Sulla questione ebraica il VI Congresso del Bund formula i seguenti obiettivi: 1) piena uguaglianza civile e politica per gli ebrei; 2) possibilità garantita dalla legge alla popolazione ebraica di impiegare la sua lingua madre nei rapporti coi tribunali, le istituzioni dello stato e le amministrazioni governative, le autonomie locali e regionali; 3) l'autonomia culturale nazionale; v. H. Minczeles, Histoire générale du Bund, un mouvement révolutionaire juif, Denoël, 1999.
9. Nota la critica, feroce e discutibile per gli accostamenti, che nella Questione Ebraica (1843) Marx muove al giudaismo. Rispondendo a Bruno Bauer, che aveva teorizzato l'emancipazione degli ebrei come emancipazione dalla religione, Marx rincara la dose e dopo aver identificato il giudaismo col denaro e l'egoismo, elabora da un lato la sua critica della teoria borghese dei diritti dell'uomo e dall'altro la tesi secondo la quale: "L'emancipazione sociale dell'ebreo è l'emancipazione della società dal giudaismo".
10. Sul rapporto fra marxismo, questione ebraica e nascita di Israele, v. A. Léon, La conception materialiste de la question juive (1942), Ed. de l'Aaargh, 2003; U. Avineri, Israele senza sionisti, Laterza, 1970; E. Traverso, Les marxistes et la question juive, Ed. Kimé, 1998.
11. Sull'argomento suggeriamo J. Fraenkel, Gli ebrei russi fra socialismo e nazionalismo, Einaudi, 1990 e E. Carr, La rivoluzione bolscevica (1917-1923), Einaudi, 1971.
12. Nel biennio rivoluzionario 1918-20 saranno più di 1.500 i pogrom antisemiti scatenati dall'esercito bianco in Ucraina e Polonia, con oltre 100.000 morti. A dimostrazione di quanto pervicace fosse l'atteggiamento anti-semita delle popolazioni slave di quei tempi, anche nel campo rivoluzionario, Enzo Traverso ricorda come Trotsky in persona dovette provvedere alla punizione di tre reggimenti dell'Armata Rossa, accusati di avere organizzato dei pogrom, cercando in tutti i modi d'impedire che simili episodi si ripetessero in futuro (op. cit.).
13. Ad esempio la Jewish Socialist Society, costituita in America nel 1912, sui principi e gli obiettivi del riformismo socialdemocratico.
14. L'altra gamba dell'espansionismo ebraico nella regione è rappresentata dall'Haganah, l'organizzazione militare di difesa, nata nello stesso periodo a sostegno degli insediamenti colonici e per l'organizzazione dell'immigrazione clandestina. I membri dell'Haganah sono volontari, uomini e donne, lavorano nei kibbutz e militano nell'Histadrut. Armati, proteggono gli insediamenti ebraici dalle incursioni arabe, sempre più insistenti via via che la presenza dei coloni diviene più massiccia e pervasiva, nel corso degli anni '30. Le più violente si registrano nel 1929, quando l'intera popolazione ebraica di Hebron viene trucidata, e poi di nuovo nel 1936, quando la guerriglia degli irregolari arabi contro case e villaggi colonici diviene più sistematica e organizzata. Alla fine del primo conflitto arabo-israeliano (1947-49), l'Haganah, forte di 80.000 membri, diviene il nucleo del nuovo esercito israeliano (Tsahl). Una decisione di Ben Gurion, che decreta lo scioglimento delle formazioni terroristiche e di estrema destra dell'Irgun e del Lehi, responsabili di gravi attentati e omicidi, come quello del Ministro inglese per il Medioriente Moyne, l'esplosione di un intero ramo dell'Hotel King David, con oltre 80 morti, l'assassinio dell'incaricato delle Nazioni Unite, il Conte svedese Folke Bernadotte, l'eccidio di 250 civili nel villaggio arabo di Der Yassin. Sul conflitto arabo-israeliano vedi, fra i tanti, M. Rodinson, Israele e il rifiuto arabo: settantacinque anni di storia, Einaudi, 1979; B. Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo sionista 1881-2001, Milano, Rizzoli, 2002.
15. R. Chermesh, A State within a State. Industrial relations in Israel: 1965-1987, Greenwood Press, 1989.
16. In quegli stessi anni, Ben-Yahoudah ha intrapreso il titanico sforzo di rifondare la lingua ebraica, da secoli congelata nei soli testi sacri e soppiantata dall'uso corrente dell'Yiddish fra gli askhnaziti e dal ladino ed altri dialetti fra i sefarditi.
17. Sulla figura di Hess, ma anche su quella di Ben-Yahoudah e di altri importanti padri del sionismo, v. B. Litvinoff, La lunga strada per Gerusalemme: 1789-1948, Net (1969), 2000.
18. Partito dei lavoratori di Eretz Yisra'el, nato nel 1930 dalla fusione dei due maggiori tronconi politici del sionismo operaio (Ahud Haavoda e Hapoel Hatzair), divenuto - nel 1968 - Partito laburista (Haavoda).
19. Anti-sionisti e filo-sovietici i primi, non raccoglieranno mai più del 2% nei congressi dell'Histadrut. Ben più influente il Mapam, (Partito Operaio Unificato), nato nel 1948 da una scissioni di sinistra del Mapai e a lungo seconda forza dietro il Mapai. Dopo il '69, per pochi anni, sua alleata nel governo frontista del paese. Dopo una infinità di micro scissioni e fusioni, l'ultima lo scorso anno col partito socialdemocratico di Beilin (il padre del recente processo di Ginevra), ha preso l'attuale nome di Yachad (Insieme).
20. Negli anni '40 e 50 i lavoratori arabi si organizzano nell'Unione Operaia Araba Palestinese, sponsorizzata dal Mufti di Gerusalemme, e nel Congresso degli Operai Arabi (1945-59), una confederazione sindacale di ispirazione comunista. Entrambe le organizzazioni si scioglieranno agli inizi degli anni '60, quando l'Histadrut aprirà le sue fila anche ai lavoratori arabi.
21. La questione ebraica e lo stato socialista ebraico (1898). Sul ruolo di questo pensatore all'interno del movimento sionista, v. J. Fraenkel, cit.
22. Per questa formazione: "Nessun socialismo e nessuna liberazione sono possibili senza lotta di classe (..). E' soltanto una pericolosa utopia pensare che la Palestina possa essere diversa da tutti gli altri paesi e che in essa possa sorgere una specie di colonizzazione libera da elementi capitalistici"; B. Borochov, Il socialismo del Paole Zion, in Merhav, op. cit.; p. 68.
23. Op. cit.; p. 191
24. Ai fini della realizzazione sionista, il partito dell'Hapoel Hatzair, co-fondatore dell'Histadrut e del Mapai (futuro partito laburista) attribuiva importanza solo ai lavoratori dei campi. Scrive Sternhell: "Al posto dell'individualismo borghese, il socialismo nazionalista presentava l'alternativa dello spirito di gruppo e di fratellanza; al posto dell'artificialità e della degenerazione della grande città promuoveva la naturalezza e la semplicità del villaggio. Incoraggiava l'amore verso la terra natia e il suo paesaggio. Questi valori divennero il fondamentale patrimonio spirituale del movimento laburista"; Nascita di Israele.. Miti, storia, contraddizioni. Baldini&Castaldi, 1999; p. 53
25. R. Chermash, op. cit.
26. P. Merhav, op. cit.; p. 39.
27. "Il mantenimento del consenso interno e l'obbedienza alle istituzioni esistenti erano considerate le uniche condizione sine qua non. (..). All'interno dell'Histadrut - prosegue Sternhell - nacquero dunque una peculiare sfumatura di conformismo, una quotidiana pressione sociale, un'autoritarismo e una sensibilità nei confronti dei bisogni di tutti i membri dell'organizzazione"; op. cit; p. 252
28. Ibidem; p. 108
29. Nella prefazione di quella sorta di Buddenbrook della letteratura ebraica che sono I fratelli Ashkenazi di Israel Singer, Claudio Magris annota: "Forse non è un caso che la grande critica conservatrice rivolta da destra nei confronti della società industriale annovera, tra i suoi critici più tipici e radicali, rappresentanti, intellettuali e scrittori d'origine israelita: sono uomini come Kraus, Friedell, Boroch o Roth (..) a lanciare un grido d'accusa contro il disordine dei valori, contro la manipolazione commerciale del mito, contro la disgregazione di una gerarchia unitaria edarmoniosa di tutti gli elementi dell'esistenza, contro la frantumazione delle "qualità" del borghese europeo, ormai soltanto settoriali e non umane". Una visione "apocalittica che vede l'éra tecnologica come una fine del mondo" e che si esprime nella critica mossa alla società capitalistica, da un'angolazione opposta, e s'affianca per esempio ad Adorno nel denunciare l'irrazionalità della totalità del mondo industriale, nel quale la razionalità dei singoli particolari viene esasperata a spese di un globale principio unificatore"; Una parabola ebraica della decadenza borghese, prefazione a I. Singer (1970), op. cit., Longanesi, 2004; p. II.
30. Si stima che alla vigilia delle purghe staliniane, sino alla metà anni '30, non meno del 10% dei quadri dello Stato e del partito bolscevico fossero ebrei. Percentuale che saliva sino al 20-30% in Ucraina e Bielorussia. E ciò a fronte di una popolazione che non arrivava all'1%; E. Traverso, op. cit.; v. anche M. Lewin, Storia sociale dello stalinismo, Einaudi, 1985. Erano ebrei dirigenti del calibro di Trockij (all'anagrafe Laibele Bronstein), Kamenev (Lev Rosenfeld), Zinovev (Lev Radomlyskij), Vera Zasulic, Eugenj Probrazhensky, Jakov Sverdlov (primo Presidente dell'URSS), Maksim Litvinonv (Meir Wallach), Karl Radek (Sobelshon), Lev Mechlis (segretario di Stalin), Enoch Gersenovic Jagoda, capo della famigerata polizia politica CEKA, poi OGPU, e della NKVD, Lazar Kaganovic (Moiseevic Lazar), persecutore stalinista e antisemita fra i più spietati del regime.
31. Rispettivamente l'Unità dei lavoratori e Il giovane lavoratore.
32. Rispettivamente, l'Operaio di Sion, il Guardiano, il Reggimento.
33. R. Chermash, A State within a State, cit.; p. 239.
34. Enormi quelle del Tenuva, legate all'agro-industria
35. v. R. Chermash, op. cit.
36. R. Nathanson, G. Zisser, Union responses to a changing environment: the New Histadrut, ILO Geneve, 1999
37. Costituito a Parigi, nel '25, intorno al nucleo dell'organizzazione giovanile sionista Betar, il movimento revisionista si batterà violentemente contro il mandato britannico nella regione, propugnando un modello di Stato autoritario e corporativo, apertamente ispirato al fascismo mussoliniano. Avversario strenuo sia dell'Histadrut che dell'Haganah, proverà a contrapporvi una propria Federazione Nazionale del Lavoro, e milizie di irregolari. Al suo "revisionismo" si ispirano apertamente i raggruppamenti dell'estrema destra dell'Irgun e del Lehi, della famigerata banda Stern, formazioni paramilitari che fra il 1937 e il 1948 praticheranno la lotta armata e terroristica contro l'autorità mandataria britannica, le delegazioni delle Nazioni Unite, i civili arabi durante la guerra del 1947-49. Sono le organizzazioni in cui militano due giovani destinati a divenire i futuri capo della destra politica (prima come Herut poi come Likud) e di governo: Menahem Begin e Yitzak Shamir. Nel 1977 infatti, con una shockante virata nella vita politica israeliana, i revisionisti del Likud eredi di Jabotinski e della banda Stern, vincono le elezioni e per la prima volta mandano i laburisti e i loro alleati di centro-sinistra all'opposizione.
38. Nato nel 1952 a Bougade ed emigrato in Israele all'età di 4 anni, è il secondo segretario generale dell'Histadrut a non essere di origini askhenazite. Fra i suoi predecessori, Israel Kessar era yemenita.
39. Secondo dati di fonte ILO (Il lavoro nel mondo, Ginevra,1998), fra il 1985 ed il 1996, la sindacalizzazione sarebbe diminuita del 19,2% in Austria, del 37,2% in Francia, del 17,6% in Germania, del 33,8% in Grecia, del 27,7% in Regno Unito, del 50% in Portogallo e ancora, del 42% in Argentina, del 16% in Giappone, del 21% negli Stati Uniti. "Solo" una flessione del 7,4% per i sindacati italiani. A questo significativo blocco di paesi deve poi aggiungersi, sempre secondo i dati ILO, il tracollo nella maggior parte dei paesi dell'ex area di influenza sovietica. Vantano un saldo positivo, con tassi considerevolmente superiori alla media europea, il Belgio e soprattutto i paesi scandinavi. Si tratta di realtà accomunate dal cosiddetto "sistema Ghent", in base al quale sono le organizzazioni sindacali a gestire l'assicurazione contro la disoccupazione finanziato pubblicamente. Come è stato rilevato, questo modello non solo fornisce al sindacato un potente incentivo selettivo alla membership, ma consente anche di trasformare conseguenze economiche e sociali negative come la disoccupazione, in vantaggi organizzativi per il sindacato. Su questi temi ci permettiamo di rinviare al nostro Lavoro, sindacato e classi sociali, su "Riv. giur. lav." n. 2/2001 (ora sul sito IRES, relazioni industriali/pubblicazioni).
40. O. Carmi, Israel, in R. Blanpain (edited by), "Non-Standard Work and Industrial Relations", Bulletin of Comparative Labour Relations, Klewer, no. 35/1999.
41. Si tratta di un sistema di assicurazione in caso di perdita del lavoro, attraverso fondi gestiti dai sindacati e finanziati pubblicamente. Prende il nome di Ghent (o Gand) dal nome della cittadina fiamminga in cui, nel lontano 1901, vide la luce per la prima volta. Oggi rimane in uso in quattro paesi europei - Belgio, Danimarca, Svezia e Finalndia - nei quali, non a caso, il tasso di sindacalizzazione è di gran lunga il più alto fra i paesi industrializzati; v. B. Ebbinghaus, J. Visser, The societies of Europe. Trade Unions in Western Europe since 1945; Macmillan, 2000; A. Kjellberg, The Multitude of Challenges Facing Swedish Trade Unions in J. Waddington, R. Hoffman (eds), "Trade Unions in Europe: Facing Challenges and Searching For Solutions", ETUI (European Trade Union Institute), Brussel 2000.
42. B. Western, Between class and market: postwar unionization in the capitalist democracies; Princeton Univ. Press; 1997. Studi finlandesi hanno stimano in non meno del 10% l'effetto di perdita che si verificherebbe sul terreno della sindacalizzazione qualora il sindacato perdesse ogni controllo sull'assicurazione di disoccupazione. Analoghi studi svedesi nella prima metà degli anni '90 valutavano la differenza nell'ordine del 25%. Oggi constatiamo lo scarto che esiste fra la sindacalizzazione media dei paesi scandinavi col Ghent e la Norvegia che invece non lo ha: una distanza compresa fra i venti e i trenta punti percentuali in meno. Stesso discorso se si vuole paragonare il dato belga, in cui vige il Ghent, con quello della vicina Olanda o ancor più con la per molti versi affine Francia, che ne sono entrambi privi.
43. Si calcola che nel decennio compreso fra il 1990 ed il 2000 giungono in Israele, dai territori dell'ex Unione Sovietica, oltre 860.000 immigrati. Un numero enorme se paragonato ai 6 milioni di abitanti residenti nel paese. E' stato notato che è come se in Italia arrivassero 8 milioni di "oriundi" con il diritto di voto e a carico del nostro fisco W. Goldkron, Cinque tribù per quattro Israele, su "Limes - La Terra Stretta", n. 1/2001
44. Si tratta dei discendenti di quei 150.000 arabi che a seguito della sconfitta del primo conflitto arabo-israelinao del 1947-49, non abbandonarono le loro case, scegliendo di restare all'interno dei confini occupati durante la controffensiva ebraica. Da allora sono considerati parte integrante dello Stato ebraico.
45. Studio dell'Istituto Brookdale, citato in J. Algazy, Questi israeliani che hanno fame, in "Le Monde Diplomatique", ott. 2003
46. Il dato è del settembre 2000, prima dell'inizio della seconda intifada; il 55% era fornito di permesso regolare laddove il rimanente 45% era composto di clandestini.
47. Nato ai primi anni '80 nei territori occupati, ha rimpiazzato la vecchia organizzazione sindacale palestinese, organizzata a Tunisi dall'OLP negli anni '70.
48. In una recente intervista rilasciata a "Rassegna Sindacale" (aprile 2004), Efrhaim Zilony, responsabile nazionale dell'Histadrut per gli affari economici e sociali, ha commentato: "Abbiamo firmato un accordo e abbiamo mostrato buona volontà. In nessun paese in Europa, neppure in Italia, se sei immigrato - poniamo dal Marocco - versi le quote al sindacato marocchino. Non esistono obblighi del genere, né leggi. È stato solo un segno di buona volontà. D'altronde se noi dell'Histadrut abbiamo a che fare con i lavoratori arabi in Israele, siamo noi i rappresentanti che assicurano loro i diritti: non a Gaza o in Cisgiordania, ma in Israele; siamo noi che assicuriamo eguali diritti e salari in Israele, perché altrimenti sul lungo periodo sarebbero colpiti anche i lavoratori israeliani". Argomentazioni non certo prive di efficacia e che tuttavia inducono ad almeno due ordini di considerazioni; la prima - cruciale - è che il Marocco (per restare all'esempio di Zilony) non è da quasi 40 anni sotto occupazione militare italiana; la seconda è che la parità dei diritti e dei salari è tutt'altro che assicurata ai cittadini e alle cittadine d'Israele, e meno che mai ai lavoratori transfrontalieri palestinesi.
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